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Fabrizio Villa

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Fabrizio Villa

Intervista di: Dino del Vescovo

29/11/2011

I toni sono sempre pacati e alcune delle sue immagini infondono una particolare tranquillità. Queste le prime impressioni che si ricavano dopo aver ascoltato e osservato parte dei lavori di Fabrizio Villa, fotografo siciliano specializzato in reportage e fotografia da alta quota. Inquadrare e scattare stando a bordo di un elicottero è infatti uno dei modi di esprimere la propria creatività che lo stesso fotografo predilige. Suo il libro “Il cielo sopra Catania” che raccoglie immagini della città siciliana riprese dal punto di vista inedito e privilegiato che l'elicottero offre.
Appena riconosciuto come “giornalista siciliano emergente” (Premio internazionale di giornalismo Maria Grazia Cutuli) per l'anno 2011, Fabrizio Villa sottolinea gli aspetti delicati della sua professione, anteponendo alla continua ricerca dell'effetto e della sensazione diffusa fra chi esegue reportage sociali, la necessità di non alterare la realtà, descrivendola per immagini in tutta la sua essenza e veridicità. Ama raccontare le realtà nascoste, quelle che sfuggono ai più. Dei lavori meglio riusciti, a tal proposito, cita “Gli ultimi carbonari” e “La vita nei monasteri di clausura” come quello dei Certosini di Serra San Bruno.
Giornalista professionista, oltre che fotografo, dedica il suo tempo libero a sua figlia e alla batteria, suo strumento musicale preferito. Segue molti documentari e apprezza particolarmente i film nei quali trova anche spunti e ispirazione per i suoi lavori fotografici. Ama il calcio e tifa per l'Inter.
 

Dunque Fabrizio, vorrei sapere se, da fotogiornalista e siciliano, trovi che ci siano ancora differenze fra nord e sud?
Credo proprio di sì. Se un fotografo, per esempio, vuole mettersi in mostra e allestire una personale in luoghi del sud come la Sicilia, incontra diverse difficoltà. Mancano i punti di riferimento e la cultura fotografica che invece c'è in altre realtà italiane come Milano e Roma. Si pensa il più delle volte che chiunque possa fotografare, per cui si stenta a distinguere la fotografia di massa da quella di un professionista. C'è da dire inoltre che la diffusione capillare delle macchine digitali ha complicato la situazione.

In che senso? Ritieni che abbia causato un livellamento verso il basso della qualità?
Per certi versi sì, a prescindere dalla parte d'Italia che si considera. Ma occorre prendere questa mia affermazione con le pinze. Sui giornali difficilmente finiscono i fotoamatori e gli appassionati. Di solito i giornali pubblicano le immagini riprese dai “veri fotografi”.

So che a inizio carriera hai anche fatto il fotografo di cronaca nera. Mi racconti qualcosa al riguardo?
Lavorare con la cronaca nera significa non dormire quasi mai (ride, ndg). Occorre essere sempre all'erta e in attesa del momento giusto, quindi tempestivi per non perdere l'attimo giusto. Ricordo che ai tempi mi si chiedeva spesso di fotografare lo strazio dei parenti coinvolti emotivamente in un omicidio o in una tragedia. Cosa difficile da fare: sai, il dolore è facile da fotografare in termini tecnici, lo è molto meno dal punto di vista emotivo e umano. I giornali chiedevano questo e se volevi lavorare dovevi stringere i denti. A quei tempi lavoravo con la pellicola, in bianco e nero. Sembra un'altra era malgrado siano passati soltanto vent'anni.

Scattavi in bianco e nero per piacere personale o perché ti veniva richiesto?
Per il secondo motivo. A quei tempi i giornali, soprattutto i quotidiani, erano tutti in bianco e nero.

Ho visto il tuo lavoro “Etna colonna del cielo” dedicato appunto all'Etna, il vulcano attivo più grande d'Europa. Quali difficoltà hai incontrato nel fotografare un soggetto così “inquieto”?
Quando si è a pochi passi da un vulcano attivo, il primo problema riguarda la polvere dovuta a cenere e lapilli dispersi nell'aria durante l'attività eruttiva. Ciò comporta la necessità di arrivare sul posto con l'obiettivo giusto montato sulla macchina. Cambiarlo con tutta quella polvere è un rischio troppo grande da correre.
Il secondo problema sono invece i gas: se si è troppo vicini può essere pericoloso, poiché corrosivi sia per l'uomo sia per l'attrezzatura. Di sicuro l'attività effusiva, cioè quella in cui dal vulcano fuoriescono colate di lava, è più facile da gestire rispetto agli eventi esplosivi. In ogni caso bisogna fare molta attenzione a dove si mettono i piedi. Ricordo che mi si sono sciolti i piedini in gomma del treppiedi dopo averlo posizionato su una superficie a temperatura troppo alta. Insomma, la fotografia di un vulcano attivo implica tante accortezze.

E dal punto di vista tecnico?
Non cambia molto rispetto ad altre situazioni diurne o notturne. È importante saper fronteggiare le condizioni che di volta in volta vengono a crearsi.

Fai molto uso del fotoritocco?
Assolutamente no. Lo faccio soltanto in alcune situazioni. Se una o più fotografie sono destinate a una mostra, posso migliorarne l'aspetto cromatico, la nitidezza o il contrasto. Nulla cioè che stravolga l'immagine originale. In ogni caso, quando è necessario, lascio che sia un'altra persona a occuparsi del fotoritocco, considerando quest'ultimo un altro mestiere, diverso da quello di chi preme il pulsante di scatto per fotografare.

Hai appena ricevuto il riconoscimento di “giornalista siciliano emergente” al Premio internazionale Maria Grazia Cutuli. Cambia qualcosa nella tua carriera?
È un riconoscimento che, oltre a inorgoglirmi molto, mi responsabilizza parecchio. Avverto molto la sua importanza, anche perché ha valore più giornalistico che fotografico. Come forse già sai, a un certo punto della mia carriera, ho sentito la necessità di sostenere l'esame da giornalista professionista. Ritengo infatti che chi si trova di fronte a soggetti delicati – e al fotogiornalista capita quasi tutti giorni -, debba sapere bene come comportarsi. È una questione di onestà nei confronti di chi poi osserva le tue immagini.

Da cosa nasce questo premio?
È il frutto di questi ultimi anni di attività. Ho realizzato servizi fotografici molto apprezzati dagli addetti ai lavori, come quello realizzato con i detenuti o con i monaci di clausura. Credo che questi in particolare abbiano destato curiosità.

Un obiettivo Nikkor di cui non potresti fare a meno?
L'AF-S Nikkor 50mm F/1.4G. Personalmente, ho sempre sostenuto che le migliori fotografie, quelle che ci giungono dai padri del fotogiornalismo, siano state fatte con obiettivi di focale pari a 35 o 50mm. Queste permettono di inquadrare con lo stesso angolo di campo dell'occhio umano, riproducendo la realtà così come noi la percepiamo. Utilizzo anche degli zoom naturalmente, come l'AF-S Nikkor 24-70mm F/2.8G ED in grado di risolvermi tanti problemi, soprattutto quando fotografo dall'elicottero, ma la mia preferenza va al 50mm.

Fotografi spesso dall'elicottero?
Sì, è una delle mie specialità. Il volo in elicottero è una passione che ho scoperto già ai tempi del militare, periodo in cui ho iniziato anche a fotografare. Ho coltivato quindi questo mix di interessi fino a realizzare un libro fotografico con immagini appunto riprese dall'elicottero: “Il Cielo sopra Catania”. Scattare dall'alto significa godere di un punto di vista decisamente inedito e ciò fa sì che chiunque osservi le fotografie, apprezzi molto ciò che vede.

L'errore che più di frequente individui nell'attività dei tuoi colleghi?
Premesso che ho pieno rispetto per il lavoro degli altri, preferisco dire ciò che non farebbe il sottoscritto, ovvero rendere a ogni costo spettacolare una fotografia pur di venderla o accontentare il photo editor di turno.

Capita spesso che le fotografie vengano falsate?
Certo, molto spesso la realtà viene del tutto alterata. Ti racconto un piccolo aneddoto per farti capire cosa intendo. Alla fine degli anni '90, il comune siciliano di Còmiso, in provincia di Ragusa, ospitò diversi profughi kosovari. Fra questi, ovviamente, c'erano tanti bambini le cui facce erano disorientate e sperdute. Ad alcuni fotografi tutto ciò non bastava. Volevano di più, per cui chiesero a questi poveri bimbi di simulare il pianto in modo da accrescere l'impatto emotivo della situazione. Ecco, questo non è fotogiornalismo, ma semplice fotografia, per giunta difficile definire. Mi piacerebbe molto che la nostra professione fosse più sentita e riconosciuta e che si faccia la giusta distinzione fra fotogiornalisti e fotografi che lavorano per i giornali.

Spiegati meglio...
Per fare questo lavoro, non basta saper fare belle fotografie. Devi conoscere anche alcune regole, ossia quelle del buon giornalismo. Ti cito la Carta di Treviso per farti un esempio, il protocollo ufficiale che disciplina i rapporti fra informazione e infanzia. Chi scrive e sopratutto chi fotografa, non può non conoscerla: fotografare i minori è un aspetto assai delicato della professione.

Si può oggi iniziare a fare fotogiornalismo ed ambire a lavorare per grandi agenzie? La feroce crisi editoriale, insomma, è sotto gli occhi di tutti...
Penso di sì. Molto dipende dalla cultura, dalla sensibilità e dalla curiosità che un giovane possiede. Sicuramente non è facile emergere oggi, ma non voglio pensare che sia impossibile.

Osservando i tuoi lavori, noto che usi poco il bianco e nero. Sbaglio? In caso affermativo, mi spieghi perché...
Hai visto bene, la ragione è puramente pratica. È infatti difficile vendere fotografie in bianco e nero, almeno per quanto riguarda i giornali con cui sto collaborando di recente, vedi Oggi, Gente, Sette, Geo, Famiglia Cristiana.

Con quale corpo macchina stai fotografando?
Possiedo al momento due corpi Nikon D3. Mi piace avere due macchine uguali da utilizzare con obiettivi diversi. In questo modo non rischio di commettere errori fra un modello e l'altro.

Hai sempre scattato con Nikon?
La mia prima macchina fotografica è stata una Nikon. Soltanto agli esordi del digitale ho utilizzato reflex di un altro brand, ma dopo un paio d'anni sono tornato a Nikon. Da allora non ho più cambiato, né ora mi verrebbe in mente di fare esperimenti. Al massimo posso acquistare il modello D3s o D3x.

Un settore della fotografia nel quale non ti cimenteresti mai?
Il gossip. Non accetto di invadere la privacy altrui. A me non sembra interessante, né comprerei mai un giornale di gossip.

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