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Gigi Soldano

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03/04/2014

Gigi Soldano

Intervista di: Dino del Vescovo

Dalle 500 di Schwantz alle MotoGP di Rossi e Marquez. E d’inverno la Dakar. Gigi Soldano ieri ed oggi. 25 anni dopo le macchine fotografiche sembrano uguali. In realtà quella attuale è la perfetta “replica” digitale: è la Nikon Df.

Noto agli appassionati di moto e di gare motociclistiche, Gigi Soldano ha interpretato negli anni i cambiamenti che hanno interessato il mondo dello sport e delle fotografia. Dalle edizioni euro-africane della Parigi-Dakar degli anni 80 e 90, fotografate con le varie Nikon f a pellicola, fino ai Gran Premi della MotoGP e del Motomondiale, per arrivare all'edizione argentina del Rally Dakar 2014. Un evento che per il fotografo barese ha avuto un sapore tutto particolare: sia perché quella dello scorso gennaio è stata la 25esima Dakar della sua carriera, sia perché l'ha fotografato, oltre che con la sua inseparabile D4, anche con la nuova Nikon Df. Reflex basata sulle più avanzate tecnologie Nikon ma dal design spiccatamente rétro, la Df ripercorre la storia delle Nikon f a pellicola, essendo in grado di catturare l'attenzione e il cuore dei nostalgici e di chi interpreta la fotografia come una delle più nobili arti. Nell'intervista che segue ci racconta come si è trovato e cosa, a livello concettuale, è la Nikon Df.

Dunque Gigi, quante volte hai fotografato la Dakar? L'hai seguita anche in analogico?
Ne ho fotografate ben 25 e, fatta eccezione per le ultime due edizioni sudamericane, tutte le altre le ho seguite in Africa, molte di queste in analogico, in tempi profondamente diversi dagli attuali.

Con la pellicola, i ritmi di lavoro erano meno frenetici?
Ai tempi della fotografia analogica, si fotografa per spedire i rullini il giorno seguente, o a fine settimana, o insieme ai team e ai concorrenti che per infortunio rimpatriavano. Oggi, dopo il passaggio della quinta, sesta moto in gara, devi già inviare via satellite le prime immagini al sito web ufficiale del rally e ai vari portali specializzati.
Diciamo che la qualità degli scatti conta meno rispetto a un tempo e ciò non fa bene alla fotografia.

Come è nata l'idea di fotografare la Dakar 2014 con la nuova Nikon Df?
La Nital mi ha gentilmente inviato in prova una delle prime Nikon Df giunte qui in Italia. Dopo poco sarei partito per l'Argentina, per seguire le fasi iniziali della gara – eravamo nel frattempo ai primi di gennaio – e quindi il passo è stato breve: la Nikon Df ha così trovato posto nel mio bagaglio.

Con quale spirito hai accolto la sfida?
Ho abbracciato con piacere l'idea di fotografare la Dakar con la Df, affiancandola alla mia fidata D4, avendo partecipato in passato, come ti ho appena detto, a molte edizioni del rally africano, con diverse Nikon F a pellicola. Di queste, come già sai, la Df è la reincarnazione in chiave moderna.
La decisione è stata quindi condita da un certo romanticismo, accentuato dal fatto che quella appena conclusa, è stata per giunta la mia 25esima Dakar. C'erano tutti gli ingredienti per prendere confidenza con questa speciale reflex, pur sapendo che Nikon non l'ha progettata per la fotografia sportiva ad alta velocità.

In Bolivia esiste il più grande lago salato del mondo, il Salar de Uyuni. Siamo sempre intorno ai 5.000 metri di altezza.

A quale utilizzo, quindi, credi che sia destinata la Df?
La Nikon Df è perfetta per fare reportage ponderati, ragionati. E non ne faccio una questione di prestazioni, ma di concetto, di filosofia, di cuore. Credo infatti che la Df sia a suo agio con ottiche fisse che non vadano oltre gli 85mm e, in particolare, con il 50mm. Non è un caso che la casa giapponese abbia presentato, immediatamente dopo il suo lancio, un 58mm fisso (l'AF-S Nikkor 58mm f/1.4G, ndr). Con ottiche di questo tipo, si delinea un impiego fotografico diverso da quello estremo tipico della fotografia sportiva e di velocità. In Argentina, è stata perfetta per fotografare i bivacchi, i piloti in sosta, i tramonti, per le foto serali, per i momenti di relax.

Il passaggio di frontiera tra Bolivia e Cile avviene a Ollagüe. Siamo a oltre 5.800 metri di altitudine. Il controllo di dogana è rigoroso e lungo. Il cane antidroga si tuffa letteralmente all’interno della nostra vettura. Alla fine ci sequestreranno la nostra… frutta!

A fronte dell'esperienza vissuta, come definiresti la Nikon Df?
Mi piace definire la Nikon Df “la macchina perfetta da tenere al collo, più che in spalla”. Voglio dire... al collo metti una macchina che utilizzi pensando, ragionandoci su, che sia contemplativa, che ti piace sfiorare con le mani anche se non devi usarla. In spalla, dentro lo zaino, tieni invece la macchina da prendere e usare in pochi attimi. Quella che ti garantisce immediatezza.
Non fraintendermi, il mio è un parere più che positivo. Ragionare prima di scattare è bello, è l'essenza della fotografia, dà soddisfazione, permette al fotografo di diventare una sola cosa con la fotocamera e il soggetto. E la Df è la reflex che meglio rappresenta questo punto di vista. Con questa premessa, la Nikon Df è insuperabile e regala sensazioni meravigliose. È come un'ottima bottiglia di vino: la devi capire, celebrare, gustare in ogni sua sfumatura. Non puoi berla tutta d'un fiato.

Ne hai apprezzato le prestazioni?
In termini di prestazioni e di qualità delle immagini non fa una grinza: non dimentichiamo che è costruita sulla D4, top di gamma, insieme alla D4s, delle reflex Nikon.

E in termini di resistenza alla polvere e alle intemperie?
È stata perfetta. Ha risposto benissimo a sabbia e polveri sottili. La Nikon Df è una macchina che, a malincuore, puoi anche maltrattare (sorride, ndr).

Quale aspetto ti è piaciuto in particolare?
La leggerezza e la praticità d'uso. Superato il primo impatto in cui, chi è abituato alla disposizione dei comandi di reflex come la D4, la D3 e via dicendo, si sente un po' disorientato, diventa una macchina molto piacevole e divertente da usare.

L'assenza del video è secondo te un limite?
No, assolutamente. Nikon ha fatto bene a non implementare funzioni video in una reflex come la Df. Chi la sceglie, chi vuole ripercorrere il proprio passato e provare quel piacevole senso di nostalgia, non guarda alle caratteristiche video. Ne sono convinto. La macchina è dedicata a chi apprezza i valori storici e vi si accosta cercando quasi un compromesso fra ciò che è stato e ciò che la tecnologia oggi è. È la macchina ideale per l'appassionato di bella fotografia. Di qui l'idea della casa madre di renderla compatibile con le vecchie ottiche Nikkon non-AI.

Domenica 20 gennaio, la Dakar è finita. Ora si torna alla normalità e ai ritmi quotidiani. Dopo tanti giorni ci siamo rasati i segni evidenti di fatica e sacrificio dal nostro volto. Piano piano però. Perché dopotutto, tanto male non si stava. Eric Vargiolù, Gigi Soldano e Jean Aignan Museau. Messe insieme, sono 85 le edizioni della Dakar cui abbiamo partecipato.

In quali altri ambiti l'hai utilizzata?
L'ho usata un po' in studio, oltre che sul campo, ma ho in mente di fare molte cose con questa Df. Sto pensando a scatti ragionati, che tendano alla ricerca dello sfocato perfetto, dell'eccellente resa cromatica. In più, la porterò in Texas, al Gran Premio di Austin, dove ritengo ci saranno situazioni a lei congeniali.

L'hai usata anche al Gran Premio del Qatar?
Sinceramente no, ma per un semplice motivo: lì ho provato la nuova Nikon D4s, una macchina davvero incredibile che in quelle condizioni di corsa, in notturno, ha davvero trovato pane per i suoi denti.

Ci sono quindi differenze di sostanza fra la D4 e la D4s?
Sì, sono due macchine diverse. Ho fatto provare la D4s a qualche collega ed ho faticato per riaverla indietro.

Un'ultima domanda Gigi: come si entra, quando si ha una macchina fotografica in mano, nell'anima di un grande campione?
È un processo lungo, che nella sua fase iniziale - potrà sembrare strano - si compie senza macchina fotografica. Per entrare nell'anima di un campione, devi prima conoscerlo, parlargli, prenderci confidenza. Lo stesso deve smettere di vederti come un fotografo, come un professionista che è lì solo per “rubargli” qualcosa della sua intimità, come qualcuno alla continua ricerca dello scoop, e apprezzarti come persona, come amico, quasi come un confidente. Solo quando si consolida un simile rapporto, l'obiettivo riesce ad andare oltre il volto e la tuta di un pilota. E il processo è completo quando è il campione a chiederti di fargli delle foto e non sei più tu a dovergliele portare via.

                     
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