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Alfredo Sabbatini

Intervista di: Dino del Vescovo

12/04/2011

La stesura di una breve introduzione ad Alfredo Sabbatini, fotografo milanese multiforme, arricchito di sfumature artistiche e di pensiero, è cosa non facile. Tutto si discosta dall'usuale, il banale si carica di significati profondi e i valori standardizzati tendono a sgonfiarsi.
Si ricava così l'immagine di un fotografo pensatore, un po' visionario, che fonda la sua attività sulla continua ricerca del nuovo, dell'essere libero, nei limiti di una paradossale disciplina tutt'altro che leggera, del rispetto per gli altri e di un continuo sforzo di apprendimento.
Nel suo studio fotografico, la Maison Sabbatini, inteso più come "teatro di produzione", le idee assumono forma di visioni a cui dare necessariamente concretezza.
L'ingresso costa la ragione: era quanto scriveva ne "Il lupo della steppa" Herman Hesse per descrivere il Teatro Magico, ed è quanto ricorda questo fotografo speciale, rifacendosi al celebre scrittore tedesco, a chiunque oltrepassi l'uscio della sua Maison. Un posto per soli matti, "termine da usare con la dovuta dolcezza", per creature straordinarie, dove si è sempre sulla cresta, per non appartenere né al sistema, né alla follia.
Si definisce un ottimo cuoco, nel significato più gastronomico del termine, avendo avuto come maestri grandissimi chef. Specialista nella preparazione di risotti e di piatti sofisticati, trova che ci siano diversi elementi in comune fra la cucina e la pittura. Non segue alcuna ricetta, ma inventa. Altro suo hobby è "diventare sempre più bravo al calcio balilla", disciplina da usare per "far cadere la maschera ai vari amministratori delegati" che finiscono per fargli visita presso la Maison. Va con piacere al cinema e trova geniale la regia del Grande Fratello.

Alfredo, definirti un "fotografo atipico" credo sia per te il miglior complimento. Sei d'accordo?
Sì, in parte sono d'accordo con te anche se, più che atipico, preferirei definirmi "originale", nel senso che mi pongo in modo leggermente diverso nei campi del mestiere e dell'arte libera.
Negli ultimi trent'anni di viaggio, in senso professionale e geografico, alla domanda "cosa fai di mestiere?", rispondere: "faccio il fotografo", francamente mi metteva un po' in imbarazzo. Questo perché si tendeva, e si tende, a sdoganare come stereotipo di fotografo, personaggi che con me, con il mio modo di essere e di vedere, non hanno nulla a che fare.
Posso dirti questo: sono un fotografo perché la fotografia è il linguaggio espressivo che ho potuto sviluppare in maniera più profonda, ma nella vita ho provato di tutto, ossia a disegnare, a scolpire, a dipingere, a incollare, a levigare e via dicendo. La mia gavetta è ricca di esperienze. Non mi piace quindi limitarmi a essere un esecutore, ma amo mettere del mio in tutto ciò che faccio. Solo così riesco ad essere efficace, grazie a un punto di visto estremamente forte, dovuto a tanti anni di esperienza.

Quando hai deciso di fare il fotografo e al tempo stesso di dare alla tua attività un'impostazione così "teatrale"?
Dunque, ho deciso di fare il fotografo nel momento in cui ho scoperto che di tutti gli strumenti che mi erano stati messi a disposizione, fra cui penne stilografiche, matite, pennelli e quant'altro, la macchina fotografica era quello che mi piaceva di più. Avevo tredici, forse quattordici anni, quando mio padre mi regalò una Leica M3 usata, con due obiettivi. Ho iniziato subito a scattare come un matto, seguendo anche le sue istruzioni. E già dopo il primo giro turistico in Tunisia che ho fatto in compagnia dei miei genitori, dove ho fotografato per circa trenta rullini, ho partecipato a un concorso indetto da una rivista di fotografia del tempo, aggiudicandomi il primo premio.
L'impostazione teatrale deriva invece dal tipo di ambienti che ho frequentato durante l'infanzia e in cui sono cresciuto: fra gli amici dei miei genitori c'erano scrittori, pittori, grandi sarti, compositori, musicisti, etc... Potrei farti i nomi di Giorgio Gaber, Dario Fo, I Gufi, etc. Puoi quindi capire quanto sia stato forte il loro imprinting nella mia personalità. Ho seguito inoltre il corso di mimo con Dario Fo, ho lavorato nel cabaret, ho fatto insomma tutto quello che ho potuto. L'arte, per me, è la difesa ad oltranza del proprio linguaggio originale. La teatralità quindi... perché la vita è il teatro dei teatri.

Photoshow 2011: il workshop da te tenuto presso lo stand Nital è stato un autentico successo, tanto da spingere chi vi ha partecipato a lasciare dei messaggi di stima e ammirazione sul tuo sito web. Come te lo spieghi?
Innanzitutto è stata una gratificazione immensa, una grande gioia. Il segreto è nella voglia di dare a tutto quello che si fa il massimo del valore. Sono quindi entrato nello stand Nital ed ho dato l'anima, semplicemente l'anima, senza dare nulla per scontato. E loro, intendo il pubblico e i fotografi presenti, l'hanno avvertito.
È importante avere tanto e dare tanto nella vita. Ti spiego: dopo l'evento sono stato inondato di lettere, ne ho contate più di 280. Mi hanno inviato le fotografie fatte al workshop Nital ed io ho deciso di ricambiare tanta stima creando un photobook con i loro lavori. Avere, quindi, e dare con tanta generosità.
Hanno capito che dentro di me c'era passione vera e che non ero lì per far capire quanto fossi bravo, ma bensì per dare loro tutto ciò che fino a quel momento non avevano ancora avuto. Abbiamo stravolto il concetto di ritratto o meglio, abbiamo iniziato a guardare, tutti insieme, l'argomento con occhi nuovi, da un punto di vista differente. Credo valga la pena di vedere le immagini di cui sopra e il video che abbiamo girato nello stand Nital all'indirizzo http://home.alfredosabbatini.com/2011/04/photoshow2011-nikon-maisonsabbatini/. I fotogrammi valgono più delle parole.

Cosa è il Teatro Magico?
Dunque, ho sempre visto il mio studio fotografico, la mia "tana", la mia "bottega", come un teatro. In virtù della mia cultura di vita, della presenza di un magazzino, delle tappezzerie, di luoghi dove dipingere, costruire, dove fare e disfare, amo definirlo un "teatro di produzione" anziché uno studio... di produzione. Considera che dai 20 metri quadrati di un tempo, oggi il Teatro Magico ne conta più di millequattrocento.
In secondo luogo, non mi sono occupato quasi mai di fare soltanto fotografia per la mia committenza, ma essendo Art Director di diverse riviste, lavoro spesso come consulente preoccupandomi di dare una direzione artistica alla comunicazione.
Nel mio teatro quindi non si fanno solo fotografie, ma anche film, performance, eventi e play-ground, cioè giornate in cui senza un programma ben preciso, si fa qualcosa per il puro piacere di fare.

Tre aggettivi che ti descrivono alla perfezione...
Te li comunico, ma premetto che me li hanno attribuiti gli altri: visionario, immaginifico e mattacchione. Visionario perché la mia vita è piena di visioni e molte di queste sono riuscito a realizzarle. Dato che tutto è in evoluzione, se sei attento e concentrato puoi vedere e prevedere ciò che succederà intorno a te. Immaginifico perché la mia immaginazione è senza limiti: ciò che più mi fa arrabbiare è sentir dire: "questa cosa è impossibile". Di impossibile, per me, non c'è niente! Mattacchione perché sono portato a intraprendere percorsi complicati e a volte a prendermi troppo sul serio. Quando mi accorgo che sto cadendo nella trappola, mi invento qualcosa di particolarmente allegro che allenti la tensione.

Domanda un po' banale ma... conta di più la macchina o il fotografo?
Questa domanda è banale solo all'apparenza. Merita invece un minimo di approfondimento. L'una cosa è imprescindibile dall'altra: un fotografo non può esprimersi come tale senza uno strumento, la macchina fotografica, che gli consenta appunto di farlo.
Però, se deve eseguire fotografie estremamente tecniche, la macchina può fare la differenza, intesa come qualità tecnica. Se, al contrario, deve trasmettere un messaggio, veicolare un contenuto, raccontare un'emozione, il mezzo, quindi la forma, può perdere di importanza. Le emozioni infatti non hanno forma, sono piene di strutture, di alti e bassi, di bello e di sporco. Permettimi di dirti che viviamo in un'epoca che da certi punti di vista sta toccando il fondo, in cui si è puntato tutto sul contenitore e poco sul contenuto.

Da quanto tempo sei nikonista e perché?
Da sempre! Nikon è la macchina fotografica che ho desiderato più di qualunque cosa al mondo. Quando sono riuscito a comperare, grazie ai primi guadagni, la mia prima Nikon F, ho pianto dalla gioia. Ero così contento che non riuscivo a contenermi. E negli anni, hanno anche provato a farmi cambiare idea, ma non ho mai ceduto. Le mie mani si sono adattate alla forma delle fotocamere Nikon, per cui non riesco a tenere in mano nessun'altra macchina. È un fatto anche romantico ed io, come avrai già capito, non ho alcuna voglia di fare a meno della parte romantica della vita.

Un obiettivo Nikkor che trovi particolarmente performante...
Quello che uso da sempre, lo zoom AF-S Nikkor 24-70mm f/2,8. L'ho utilizzato anche al Photoshow 2011. Mi piace perché è un grandangolo abbastanza spinto ed io amo i grandangoli. Trovo che siano gli obiettivi più difficili da usare ma, proprio perché in grado di modificare la realtà, sono i più creativi in assoluto. Lo monto sul corpo macchina Nikon D3 e l'abbinamento è vincente.

Mi descrivi in poche righe la Maison Sabbatini? Cosa ha di diverso dagli altri studi fotografici?
Maison è un termine vintage. È il termine con cui mia madre indicava le botteghe dei vari artigiani, degli artisti. Nel 2000 ho deciso di usare per il mio studio il termine "maison" perché fosse chiaro a chiunque entrasse che qui si confezionano prodotti su misura. La Maison Sabbatini non è quindi uno spaccio a grande consumo. È un luogo dove si affrontano i problemi, le esigenze, le richieste dei clienti con l'attenzione che, secondo il mio modo di vedere, solo in una maison si può trovare.

In tempi di "inflazione digitale", tutti ci sentiamo un po' fotografi. Cosa si deve fare oggi per distinguersi dalla massa?
Lo dico sempre a chi partecipa ai miei workshop. Si deve avere il coraggio di osare, di non seguire la tendenza. Se, personalmente, seguissi la tendenza, sarei sempre, costantemente in ritardo. La massificazione di tutto sta nuocendo molto ai professionisti. Bisogna avere una gran forza e il coraggio di distinguersi.

Se fossi un alimento, cosa saresti?
Una cipolla. Perché è a strati, ha spessore, non mistifica niente e non vuole per forza apparire bella. E poi ha una cosa che per me è decisiva: la cipolla è la madre di tutti i soffritti.

Perché un modello, una modella, una ballerina o un attore dovrebbe preferire Alfredo Sabbatini e il suo staff a un altro fotografo?
Per raccontare una persona, una cosa o un fatto, credo di essere uno dei migliori "scrittori" in circolazione. E poi, come ho già detto, nella mia Maison si confezionano abiti su misura!

C'è un fotografo professionista della tua generazione che stimi particolarmente?
Al momento me ne viene uno in mente, non perché non ce ne siano altro, ma perché ho avuto la possibilità di conoscerlo di persona. Si tratta di Gian Paolo Barbieri. Mi piace molto il suo gusto e la classe che ha nel fare fotografia di moda. Trovo che sia un fotografo chic.

Se potessi scegliere in questo istante di fotografare un personaggio famoso che non hai ancora conosciuto, su chi punteresti l'obiettivo?
Questa è una domanda cattiva (ride, ndg). Un giorno mi hanno fatto la stessa domanda a Napoli, alla Mostra D'Oltremare. All'inviata del Corriere della Sera ho risposto che mi sarebbe piaciuto fotografare la voce di Pino Daniele.
Scherzi a parte, mi piacerebbe moltissimo trascorrere una giornata intera con la macchina fotografica, davanti a Woody Allen. Credo sia uno dei grandi del nostro Secolo. Quando gli hanno chiesto cosa volesse essere, e lui ha risposto "i collant di Ursula Andress", ho applaudito di fronte a tanta intelligenza.

Progetti per il futuro?
Tanti, ho solo progetti per il futuro e quello che li riassume tutti è "dare forza al rinascimento". Bisogna rinascere. Siamo nella fase terminale di un periodo abbastanza lungo che definirei quantomeno decadente. Rinascere significa quindi recuperare la dignità delle persone. Siamo troppi impegnati a difendere i privilegi, dimenticando di difendere i diritti.

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