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Sergio Pitamitz

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15/07/2016

Sergio Pitamitz

Intervista di: Dino del Vescovo

Prisca CaroliHa iniziato come fotografo di Formula 1 per poi dedicarsi al reportage geografico. La passione per la natura e i grandi felini che Sergio Pitamitz coltiva sin da bambino ha però avuto la meglio facendone uno dei fotografi di natura più noti e apprezzati sul panorama internazionale. La sua abilità creativa e determinazione gli hanno permesso di entrare a far parte di Nat Geo Creative, il dipartimento della National Geographic che si occupa di gestire, rappresentare e distribuire nel mondo le immagini dei fotografi Nat Geo. Un riconoscimento e un impegno che oggi fanno sì che le sue immagini siano pubblicate su periodici e riviste prestigiose, guide e libri.
Cordiale e dalla conversazione piacevole, il fotografo dalla doppia nazionalità, italiana e francese, ha visitato circa 80 paesi e ha vissuto per tre anni a Londra.

Il suo iter professionale è legato da un filo indissolubile alle macchine Nikon e oggi, dopo quasi 30 anni di immagini e viaggi intorno al mondo, quel legame è quanto mai saldo: Sergio Pitamitz è uno dei primi fotografi a scendere in campo con la Nikon D500, nuova top di gamma in formato DX. Senza nascondere la sua piena soddisfazione per la nuova reflex, racconta come un corpo particolarmente compatto e leggero e il fattore moltiplicativo di 1,5 delle macchine DX siano di grande aiuto per un fotografo naturalista che deve quasi sempre “vedere lontano”. Ha una moglie e due bambini ai quali dedica la gran parte del suo tempo quando non è in viaggio. Collezione numeri del magazine National Geographic, legge libri di fotografia e accende la TV di rado. Adora i formaggi, in particolare quelli italiani e francesi.

Ciao Sergio, inizierei col chiederti cos'è il Nat Geo Creative?
Potrei definirla un’agenzia ma sarebbe riduttivo. Nat Geo Creative è un dipartimento che cura e distribuisce, sia internamente sia per i cliente esterni, gli archivi storici e contemporanei della maggior parte dei fotografi e videomaker di National Geographic. E per National Geographic non intendo solo il magazine ma una realtà più ampia che comprende le esplorazioni, la conservazione, l’editoria libraria, le guide, le riviste per bambini Nat Geo Kids e Nat Geo Little Kids, National Geographic Traveler, NatGeo TV, il sito web e i social media ormai di primaria importanza e seguiti da milioni di persone.

Quanti fotografi comprende Nat Geo Creative e qual è il suo modo di operare?
Rispetto a una tradizionale agenzia, siamo in pochi, circa 320 fotografi. Tutti in costante contatto con i propri editor e pronti ad accettare incarichi editoriali o commerciali. Ogni anno a gennaio i fotografi Nat Geo Creative - definiti “The Tribe” dal fotografo americano David Alan Harvey - si ritrovano nella sede di Washington per la National Geographic Photography Seminar Week, una settimana di meeting, scambi di idee e progetti.

Come si diventa fotografi Nat Geo Creative?
Entrare a far parte di questa “famiglia”, cui appartengono nomi leggendari della fotografia, non è facile. Occorre avere anni di esperienza alle spalle e una specializzazione molto forte ed essere in grado di raccontare un soggetto – il cosiddetto “storytelling” - e non di realizzare soltanto “scatti da concorso”.

Nella tua carriera hai toccato diversi ambiti fotografici. Oggi però ti definisci un fotografo di “wildlife” e “wild places”: perché? Hai assecondato una passione?
Ho sempre assecondato le mie passioni, anche quando lavoravo in ambiti diversi per agenzie quali Sipa Press o Corbis, di recente venduta e le cui immagini sono finite negli archivi di Getty Images. Il fotogiornalismo e la Formula 1 nei primi anni 90, poi il reportage geografico per testate quali Gente Viaggi, Panorama Travel, Dove, In Viaggio e Weekend Viaggi. Infine gli animali e i posti remoti, estremi o selvaggi della Terra, a cui ero interessato sin da piccolo. I cambiamenti che nell’ultimo decennio hanno investito il panorama editoriale e le agenzie di stock hanno fatto sì che il mio lavoro prendesse questa direzione, dettata comunque dalla passione.

Come si articola il lavoro di un fotografo di natura?
Il lavoro di fotografo naturalista è duro, soprattutto se le persone e i colleghi con cui hai a che fare sono “al top”. Senza una grande passione e una forte motivazione è impossibile da praticare. Non basta la capacità di fare qualche buona foto: bisogna editare migliaia di immagini, selezionarle e didascalizzarle con accuratezza, curare il marketing, i contatti, studiare e organizzare i servizi e la logistica e soprattutto produrre costantemente nuovi soggetti, in qualsiasi situazione climatica e di luce.

Si può fallire qualche volta?
Vedi, le riviste, come mi fece notare un direttore di testata alcuni anni fa, pubblicano fotografie e non scuse. Bisogna quindi tornare da ogni viaggio con un buon numero di immagini. E se non si è pronti a tutto questo, è meglio vivere la fotografia come passione… Fare il fotografo è un lavoro vero e come tale ha anche i suoi risvolti negativi e meno romantici.

Come può un professionista fotografare il mondo e allo stesso tempo condurre una vita “normale”, dedicando per esempio del tempo alla famiglia?
Prima che nascessero i miei figli era più facile. Ho girato il mondo anche con mia moglie. Arrivati i bimbi ho cercato un equilibrio tra la vita professionale e quella familiare.
Tra viaggi per produrre immagini per Nat Geo Creative o per testate giornalistiche e tour fotografici ai quali partecipo come master, mi muovo circa otto, nove volte l’anno. Resto fuori non più di due settimane per volta e cerco il più possibile di alternare ai viaggi un periodo di almeno tre, quattro settimane da trascorrere a casa dove ho anche il mio ufficio personale. Riesco così a gestire i miei orari di lavoro per stare più tempo possibile insieme alla mia famiglia. Dovessi fare un conto, in un anno probabilmente sto più io con i miei bambini che una persona che va in ufficio al mattino presto e torna a casa per cena.

Hai un cognome poco diffuso. Questo ti aiuta nel lavoro?
Probabilmente si. Pitamitz è un cognome che si ricorda. Non ho quindi avuto bisogno di trovare un nome d’arte! Anche il fatto di avere nazionalità italiana e francese ed essere bilingue ha avuto il suo peso. La cosa curiosa è che in eventi italiani mi presentano come francese e in Francia, come per esempio al Festival de Photo di Montier-en-Der, come italiano.

Con quali corpi macchina stai lavorando?
La lista è lunga perché uso corpi Full Frame e APS-C. Non sono un amante dell’attrezzatura in sé che per me resta uno strumento di lavoro da far funzionare al meglio. Nikon mi dà questa garanzia da quando ho iniziato quasi trent’anni fa con le reflex Nikon FM ed F3. Come corpi utilizzo oggi le Nikon D4 e D500, quest’ultima un vero e proprio gioiellino! Il fattore crop di una APS-C nel mio lavoro serve molto ed è questo uno dei motivi per cui l'apprezzo. La aspettavo da anni e sapevo che prima o poi sarebbe uscita l’erede della D300. Posseggo inoltre una Nikon D7100 e una Nikon D300 che uso principalmente per camera trap e fotografia remota con il sistema flash Nikon. E poi la mitica D700 che mi tengo ben stretta come muletto.

E con quali obiettivi?
Con l'AF Nikkor 14mm f/2.8D ED, l'AF-S Nikkor 12-24mm f/4G IF-ED, l'AF-S Nikkor 18-35mm f/3.5-4.5G ED, l'AF-S 17-55mm f/2.8G IF-ED, l'AF-S 24-120mm f/4G ED VR, l'AF-S 70-200mm f/2.8G ED VR II, l'AF-S Nikkor 200-400mm f/4G ED VR II e un vecchio 55mm micro manuale di cui non voglio disfarmi. A breve al mio parco obiettivi si aggiungerà l'AF-S Nikkor 500mm f/4G ED VR.

Se ti concedessi di usare una sola ottica Nikkor per il tuo prossimo viaggio, quale metteresti in valigia?
Per fotografare gli animali senza alcun dubbio l'AF-S Nikkor 200-400mm f/4G ED VR! È l’obiettivo con cui ho realizzato il 70% dei miei scatti. Per l'uso generale l'AF-S 24-120mm f/4G ED VR.

Per quale luogo partiresti anche subito e dove, invece, eviteresti di tornare?
In Africa ci vado più volte l’anno. Dovessi scegliere un altro posto ti direi l’Antartide. Ci sono già stato due volte ma non ho mai fotografato il pinguino imperatore. Conto di farlo nel tour fotografico che sto pianificando per il 2017. Eviterei invece di tornare in posti splendidi come lo Yemen o la Libia, ma solo per una questione di sicurezza.

C’è una specie animale che fotografi con piacere? E una particolarmente difficile da “catturare”?
I grandi felini come leoni, leopardi, ghepardi, giaguari e tigri sono la mia grande passione nonché oggetto della mia specializzazione. Tra questi i più difficili da documentare sono il leopardo e il giaguaro. Mi batto anche per la loro salvaguardia collaborando con National Geographic's Big Cats Initiative raccogliendo fondi durante le mie mostre e lectures e donando parte dei ricavi della vendita di stampe e del mio primo libro, Wild Africa, presto disponibile.

Hai mai avuto paura?
Paura vera qualche volta, quando ho iniziato a fotografare i grandi predatori e gli elefanti. Non sapevo ancora interpretare il loro comportamento e mi sono spaventato per situazioni che in realtà – l'ho capito dopo - non erano poi tanto pericolose. Un po’ di paura in certe situazioni è sempre meglio averla per non commettere errori che possano sfociare in attacchi seppur solo di avvertimento. Gli animali selvaggi per natura non sono aggressivi nei confronti dell’uomo, anzi lo temono. Ma se si sentono minacciati possono attaccare in una frazione di secondo e diventare molto pericolosi. Essere affiancati da una guida esperta ha la sua importanza e ancora più ne ha l'avere rispetto degli animali.

Un consiglio ai nostri lettori che vorrebbero imitare il tuo percorso…
Iniziare ora questo lavoro è estremamente difficile. C’è molta concorrenza, il mercato è in crisi, l’economia pure. Non mi sento però di sconsigliarlo perché a una grande passione non si comanda. Il miglior consiglio è quello di darci dentro, fotografare il più possibile e documentare a fondo una specie animale che si ama in modo particolare. Anche a due passi da casa, senza spendere subito migliaia di euro in viaggi. La natura è ovunque, anche in città. Penso a quante volte ho visto volpi nel mio giardino quando abitavo a Londra…

                     
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