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Roberto Panciatici

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20/05/2014

Roberto Panciatici

Intervista di: Dino del Vescovo

Fotografo senese specializzato in matrimonio e con una forte attitudine al ritratto, Roberto Panciatici mostra entusiasmo per il proprio lavoro, vivendolo con sentimento e come completamento della propria esistenza. La fotografia l'ha rapito infatti da quella che era una pur soddisfacente carriera da analista informatico, permettendogli oggi di esprimersi come sente e in modi sempre diversi. Ciò che colpisce del suo racconto, e che traspare osservando i suoi album, è la capacità di plasmare il proprio stile fotografico in funzione delle situazioni e dei momenti. Il fotografo ammette che in molti dei suoi scatti sembra non riconoscersi la stessa mano.
Ha avviato con Nital un progetto che lo vede e lo vedrà impegnato in workshop fotografici insieme a fotografi stranieri di grande talento. Convinto che la cultura fotografica si alimenti del confronto continuo fra chi usa linguaggi e forme di espressione differenti, coinvolgerà docenti provenienti da diverse nazioni e pronti a trasmettere la loro esperienza ai partecipanti. Legge libri, scrive molto e ama la pizza in tutte le sue varianti, piatto senza del quale non potrebbe vivere.

Dunque Roberto, per iniziare vorrei una tua definizione di fotografia di matrimonio
Come ogni forma di fotografia, la fotografia di matrimonio è comunicazione, poi empatia e capacità di relazionarsi, capire e leggere. Direi apertura alla vita e non soltanto nei confronti degli sposi, protagonisti dell'evento, e dei partecipanti. La fotografia di matrimonio è una delle più complesse in quanto imprevedibile: non puoi scegliere che tempo farà, né puoi sapere come andranno le cose. È importante saper “improvvisare” e sfruttare tutto ciò che la situazione mette a tua disposizione. Se dovessi riassumerla in due termini, ti direi quindi “empatia” e “apertura”. Si racconta una giornata complessa, ricca di momenti, di sogni, di idee e di ambizioni, in cui l'attenzione non è soltanto per chi la vive ma anche per il suo contorno.

Leggo sul tuo sito web «...il mio stile può non essere per tutti». Cosa intendi dire?
Voglio dire che i miei matrimoni sono diversi l'uno dall'altro, al punto che la mano non sembra neanche la stessa. Sarà perché sono una persona molto curiosa, sarà perché mi lascio influenzare dalle situazioni e dalle persone con cui vengo a contatto... E non è raro, durante lo stesso servizio, che viri da uno stile all'altro. La premessa che infatti antepongo ai miei clienti è che si deve apprezzare il mio linguaggio di base, perché la forma può essere molto variabile.
Da questo punto di vista, ammetto di non aver ancora trovato la mia vera dimensione fotografica. Ti direi quindi che la sto ancora cercando. E questa sensazione o predisposizione mi accompagna anche nella vita: lavoro infatti come fotografo professionista non da molti anni. Fino a qualche tempo fa lavoravo come analista informatico.

Ti è capitato di prestare la tua opera fuori dall'Italia? Se sì, dove?
Come ti raggiungono i clienti dall'estero?

Certo che mi è capitato, ho lavorato a Vienna la scorsa settimana e sono in partenza per Bruxelles. Poi andrò in Grecia e probabilmente a Toronto il prossimo settembre. Il 90% dei miei clienti è quindi straniero. Per farti capire, su 45 matrimoni già fissati per il 2014, soltanto cinque sono italiani. In questo mi aiuta moltissimo il sito web che ho sempre curato in termini di contenuti e di Seo. Ciò mi permette di essere molto visibile in Rete.
Una grossa mano arriva poi dai portali e dalle associazioni specializzate che pubblicano i miei lavori, facendo conoscere il mio o i miei stili.

Programmi per il futuro?
Ne ho diversi ma vorrei parlarti del progetto che sto sviluppando insieme a Nital e che consiste nell'organizzazione di workshop con docenti provenienti da ogni parte del mondo, non sempre noti al pubblico italiano ma sicuramente dotati di grande talento. Il primo si è già tenuto presso il mio studio fotografico, qui a Siena, ed ha visto come docente ospite il fotografo americano Sam Hurd, esperto di matrimonio e fotografia editoriale, a cui sono molto grato. I suoi lavori sono stati pubblicati su riviste del calibro de The Wall Street Journal, The New York Times, The Washington Post e così via. L'idea è di continuare su questa falsa riga, ma coinvolgere più partecipanti e organizzare i corsi anche nella sede Nital, ben attrezzata da questo punto di vista e in termini di spazio e di apparecchiature e set. Considera che con Sam Hurd abbiamo raggiunto il sold-out in meno di quattro ore, risultato che ci spinge a voler ripetere l'esperienza ma un po' più in grande. Mi sto quindi rapportando con altri fotografi americani e non solo, per coinvolgerli in questa originale iniziativa.

Riprendi anche video?
No, per il momento mi concentro esclusivamente sulle immagini. Non escludo però che in futuro possa offrire supporto anche il tal senso. Sono... diciamo... in fase di sperimentazione.

Fotografia posata o "reportagistica"? Quando l'una e quando l'altra?
Entrambe. Uso lo stile foto-giornalistico per tutta la durata dell'evento, ma da circa un anno mi ritaglio il tempo necessario alle foto posate quindi ai ritratti. È questo un aspetto della fotografia di matrimonio che a me piace moltissimo e trovo che piaccia molto anche ai clienti. A conferma di quanto ti ho detto poco fa, e cioè che amo cambiare e trovare forme sempre nuove di espressione, ti dico che il matrimonio che ho fotografato poco tempo fa a Vienna è fatto di sole foto posate.

Quanto la diffusione capillare della cultura fotografica fa bene alla fotografia? C'è chi ne esce danneggiato.
La cultura in sé è sempre positiva e lo è ancora di più la diffusione della stessa. Guardare avanti, aprire la mente e far tesoro di ciò che offre il presente è quindi un bene. Personalmente non accetto i ragionamenti dei nostalgici che rimpiangono gli anni della pellicola forse perché a quei tempi si lavorava di più e in modo diverso. Guardarsi indietro non porta alcun tipo di progresso. Forse tra dieci anni si fotograferà in modo ancora diverso grazie a tecnologie nuove e oggi impensabili. Ciò che conta, sempre, è la visione dell'uomo, di chi sta dietro la macchina.
Questo dà valore al proprio lavoro. Non tutta la fotografia che si vede in giro è di qualità, su questo non c'è dubbio. Ma ciò non dipende dall'essere professionisti o meno. A me capita di osservare fotografie di appassionati di fronte alle quali c'è da stupirsi, e immagini prodotte da professionisti che di professionale hanno ben poco. Suggerisco quindi di non grattare solo la scorza ma di entrare in sintonia con la fotografia e viverla più in profondità possibile. Solo chi è padrone del proprio linguaggio è in grado di evolverlo. Quando la cultura si diffonde, chi la detiene deve necessariamente progredire per non finire inglobati in chi arriva dopo. Mi piace quindi vedere la diffusione smisurata della fotografia non come un limite ma come uno stimolo. In altri termini, preferisco vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto.

Cosa pensi della concorrenza "low-cost"?
Penso che sia giusta fino a quando lo scopo è quello di accontentare quella fascia di clienti non ricca, che non può investire troppi soldi nel servizio fotografico.
Però, senza fare un discorso superficiale, diventa nociva quando si trasforma in concorrenza sleale. E poi non è bello che i clienti ti cerchino solo perché costi poco.
Così facendo, il mercato “low-cost” è destinato ad annientarsi da solo.

Quanto conta la location nel determinare la buona riuscita di un servizio fotografico? Fotograficamente parlando, preferisci i matrimoni diurni o notturni?
Ti direi niente. Personalmente non ho mai visto una location “brutta”, però è anche vero che ci sono posti più belli di altri. Un lavoro ben fatto è tuttavia un lavoro in cui ogni elemento sta al suo posto. Preferisco quindi considerare la location un singolo componente in un'alchimia ben più complessa.
Per quanto riguarda il tipo di illuminazione, non fa alcuna differenza. Lavoro quasi sempre in luce ambiente, limitando l'uso del flash e prediligendo di recente i Led a luce continua.

Da quanto tempo sei nikonista?
Hai mai pensato di cambiare?

Sono nikonista da sempre. A parte i primi tempi in cui ho usato Canon, ho poi comperato una Nikon e non ho più cambiato.
Non credo infatti che al momento, considerando quello che è il mio stile, ci siano macchine di altri brand in grado di attrarmi al punto da cambiare.
Non ti nascondo però che un obiettivo Leica, il Noctilux f/0.95, attira molto la mia attenzione. Spero che Nikon faccia al più presto qualcosa di simile. Nei ritratti è davvero efficiente.


Con quale corpo macchina stai lavorando? E con quali ottiche?

Lavoro con due Nikon D800, ma possiedo anche una D3s ed ho fotografato uno degli ultimi matrimoni con la D4. Preferisco però la D800, non ho dubbi. Trovo sia il massimo in termini di prestazioni e leggerezza. Credimi, quando nella settimana si hanno più eventi, non è facile lavorare con macchine troppo pesanti. Per quanto riguarda gli obiettivi adoro gli f/1.4 a fuoco fisso, rigorosamente Nikkor.

Ti sei mai trovato in difficoltà con gli sposi?
No, non ricordo di avere avuto mai problemi. Diciamo che conoscendo il mio lato un po' “eccessivo”, avviso sempre i clienti di considerare questo aspetto della mia personalità e di guidarmi laddove intraprenda direzioni diverse dalle loro. Diciamo che a volte sono vittima dell'entusiasmo con cui vivo il mio lavoro. Non mi piace restare in disparte, guardare da lontano. Preferisco che sposi e invitati sappiano che c'è Roberto in giro e non il fotografo.

L'ultima cosa che faresti come fotografo?
Non metterai mai il mio nome sotto la foto di un collega. Ti sembrerà strano ma fidati che purtroppo accade!

                     
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