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Mirco Lazzari
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Mirco Lazzari - Foto a 300 all'ora

Intervista di: Sandro Iovine

25/09/2012

Nasce a Castel San Pietro (BO) nel 1961. Nel 1985 entra come archivista fotografico di Autosprint e frequenta i migliori fotografi del settore, da Daniele Amaduzzi a Ercole Colombo, ad Angelo Orsi. Nel 1989 entra nella famiglia NPS.
Partendo dalle gare minori e scalando categorie arriva a completare nove libri sul campionato Italiano Superturismo.
Nel 2001 il direttore storico di Autosprint, Carlo Cavicchi, gli propone di seguirlo, come fotografo, in un progetto editoriale: Sportautomoto, una nuova testata di motori.
Nello stesso anno fa il suo ingresso nella vita professionale di Mirco Lazzari il digitale con la prima Nikon D1. Dopo un anno parte l'avventura del Motomondiale a tempo pieno.
Dapprima come freelance per l'agenzia Allsport/Grazia Neri, poi, dal 2009, collaborando con la agenzia americana Getty Images. Da diversi anni inoltre collabora al sito Nital, mostrando gara dopo gara alcune immagini di auto e moto.
Nel 2008 viene chiamato dal Giappone per essere inserito nel sito ufficiale della Nikkor come fotografo nell'area motorsport. A partire dal 2006 racconta annualmente il mondo del Motomondiale con una serie di libri chiamata Una vita a 300 (www.unavitaa300.com).

Iniziamo nel modo più semplice: come ha preso le mosse la carriera di Mirco Lazzari fotografo?
Ho cominciato ovviamente da amatore. Sono nato e cresciuto a Imola, con un padre appassionato che mi portava a vedere le gare di moto. Mia madre amava la fotografia, ho un cugino fotografo di still-life… per cui fotografia e moto mi han sempre accompagnato. Di conseguenza la passione è quasi nata spontaneamente, senza quasi che me ne rendessi conto. Mi piaceva l’abbinamento con la velocità, con il movimento ma all’inizio la fotografia mi sembrava statica. Così mi sono avvicinato all’immagine degli sport motoristici per mezzo del vecchio Super 8 per passare poi alle telecamere, fino a che grazie agli stimoli dei miei cugini sono arrivato alla fotografia vera e propria e ho iniziato da amatore come tutti. Poi per alcuni anni ho cercato innanzitutto di imparare, nel senso che fotografavo, ma in pratica andavo a scuola, perché poi discutevamo a lungo dei risultati con gli amici del giornale. Questo ha fatto sì che poco alla volta potessi crescere e arrivare a questo punto.

La prima difficoltà da superare immagino sia stata ad entrare in pista… come ci sei riuscito la prima volta?
Siccome il giornale di fotografi accreditati che potevano andare in pista ne aveva in quantità industriale, Io cercavo di ingegnarmi andando a fare esperienza in primo luogo nelle gare su strada, come rally o competizioni in salita, situazioni in cui con un 300mm potevi già avere immagini interessanti. In questo modo ho iniziato a studiare ciò che avrei potuto fare in pista. Poi andavo a seguire le gare a livello di campionato italiano, pagando il biglietto d’ingresso per la tribuna o per il prato e cercando di raggiungere i posti più vicini possibile alla pista per dar sfogo alla mia fantasia e superare i limiti di attrezzatura e posizione. Quelli che andavano in pista potevano fare immagini per così dire più grintose, io cercavo di inserire nell’inquadratura il paesaggio o la velocità, le cose che mi piacevano. Cercavo in altre parole di completare con le mie foto un servizio che avevano già coperto gli altri, in modo che il giornale potesse avere un’alternativa alle foto di azione.

Questa poi è una caratteristica che è rimasta nel tuo lavoro, fino a diventare praticamente la tua cifra stilistica legata all’immagine pura e non solo ai motori...
Sì, è una cosa che mi piace molto anche per un semplice motivo. Io sono cresciuto anche professionalmente con tutto il mondo sportivo legato ai motori. Ho iniziato seguendo le prime gare di Formula 1 negli anni Ottanta. Allora frequetavo fotografi come Daniele Amaduzzi, Ercole Colombo, Angelo Orsi. In quell’epoca potevo vedere Senna che entrava in pista di fianco a me. Allora si poteva fare… adesso i piloti, per bene che ti vada, sono a minimo cinque metri di distanza, dentro a un box, iperblindati. Questo per un fotografo significa che dalla prima all’ultima gara di campionato lo sfondo, l’ambientazione è praticamente sempre uguale.
Non è più possibile fare l’immagine del pilota ambientata nei box di Monza piuttosto che di Detroit, perché ovunque tu sia hai di fatto sempre lo stesso sfondo e le immagini sono sempre uguali se non identiche, quantomeno molto, troppo, simili.
Per come la vedo io il pilota ambientato in box perfettamente arredati è più freddo di quanto non potesse essere negli anni Ottanta. Questa situazione fa sì che almeno in pista sia necessario cercare di sfruttare le differenze d’ambiente, altrimenti se si riprende solo la macchina si rischia davvero di ottenere immagini tutte uguali indipendentemente dal circuito. Al massimo puoi trovare qualche differenza nei colori del podio.

Una scelta di necessità quindi o un’esigenza personale quella di differenziarti in questo modo?
Ognuno di noi assimila ciò che lo circonda. Io ho avuto la fortuna di lavorare con i fotografi che ti citavo prima e di lavorare con un direttore, Carlo Cavicchi, che mi diceva sempre cerchiamo di far emozionare il lettore. La fotografia molte volte conta di più delle cose scritte e se riesci a far emozionare qualcuno con l’immagine vuol dire che hai colpito nel segno. Per questo ho iniziato a cercare le ambientazioni e da lì è nato, senza che nemmeno lo ricercassi coscientemente, un mio modo di fotografare che ancora adesso dopo venticinque anni mi caratterizza.

Dal punto di vista commerciale c’è una risposta da parte dei giornali a questo tipo di immagini ambientate o l’unico interesse è nei confronti della moto?
Bella domanda. Al giorno d’oggi il digitale ha creato una grandissima frattura tra vecchio e nuovo. Prima ognuno cercava di inviare una selezione di prima scelta del proprio lavoro, ricercando delle particolarità. La dia originale era unica, per cui se la inviavi a un giornale non potevi darla ad altri. Oggi invece tutti possono avere lo stesso scatto. In più le case motociclistiche hanno uffici stampa che distribuiscono gratuitamente le immagini ai giornali, che ricevono tutti le stesse immagini senza pagare, cosa che al giorno d’oggi è tenuta in grande considerazione. Tutto questo ha demolito quella che era la nostra possibilità scegliere.

In pratica il livello delle fotografie pubblicate sì è appiattito in questo modo…
Più un’immagine è ricercata e più la possibilità di errore cresce. Per questo al momento della selezione le immagini migliori le davi ovviamente ai giornali in prima linea, quelli che garantivano una qualità maggiore. E questo consentiva di dare più
valore a quello che si faceva. Oggi le immagini free distribuite dagli uffici stampa rendono ogni giorno più complessa la ricerca di spazi per noi, cosa che inevitabilmente influisce sulla ricerca fotografica. In compenso quelli che vogliono ancora raccontare le gare in modo più particolare, ti vengono a cercare.
Per fortuna quindi ogni tanto squilla il telefono e dall’altra parte ti chiedono una fotografia diversa.
Ma se una volta questa era la regola, oggi si può considerare un’eccezione.

Con chi lavora oggi in modo prevalente Mirco Lazzari?
Principalmente con Getty Images che mi distribuisce le fotografie in tutto il mondo, offrendomi la possibilità di raggiungere quei giornali e quei siti web che cercano immagini più sfiziose per colpire la fantasia dei lettori e dei visitatori e in qualche modo fidelizzarli. Grazie a Getty Images ho la fortuna di vedere le mie fotografi in giornali che altrimenti non sarei mai riuscito a raggiungere da solo e questa è ancora una sensazione che mi riempie di gioia e di orgoglio. Come quando ho visto le mie immagini nella gallery di Life, che per me è sempre stato un punto di riferimento fin da quando ero ragazzo e lo prendevo sognando un mondo lontanissimo, o quando mi ha pubblicato il New York Times. Per quanto riguarda le testate su carta collaboro con Marca in Spagna, che nonostante sia un quotidiano, fa sempre una grossa ricerca a livello iconografico. Loro partono dal presupposto che la moto sia sempre la stessa e se non si cambia l’ambientazione, il lettore dopo un paio di volte che la vede si stanca di avere sotto gli occhi sempre la stessa immagine.

Generalizzando noti differenze tra l’approccio dei giornali italiani e quello delle pubblicazioni estere?
In Italia l’impressione che ho è che si abbia troppa paura di osare. Non dico che non ci sia attenzione perché non sarebbe vero, ma sono pochi, per come la vedo io, quelli disposti a rischiare qualcosa. In pratica se c’è una bella foto di quello che è arrivato terzo, di media si preferisce pubblicare la foto del vincitore indipendentemente dalla qualità dell’immagine. Invece se prendi Sport Illustrated una bella fotografia di football americano, anche se si riferisce a una partita insignificante ai fini della classifica, viene pubblicata lo stesso. In Italia è difficile che accada una cosa del genere. È un po’ la filosofia dei nostri giornali forse troppo legati al risultato finale. Il nostro Paese nel mondo dei motori ha due grandi fortune: la Ferrari e Valentino Rossi. Ma nello stesso questi due fattori finiscono per diventare un limite perché i giornali spesso rimangono attaccati a questi due nomi che si sa che fanno vendere. Per contro devo dire che per capire bene certe scelte è necessario vivere all’interno dei giornali. Io ho avuto la fortuna di starci per una ventina di anni e so che da dentro ci sono sempre motivazioni precise, il cui risultato però visto dall’esterno può apparire incomprensibile, ma è pur sempre legato alla linea del giornale.

Al giorno d’oggi consiglieresti a un giovane appassionato di fotografia e di motori di intraprendere la professione nel tuo campo?
La prima cosa che direi a un ragazzo è che oggi come oggi questo settore fa veramente fatica a permetterti di vivere. Ma gli consiglierei di provare ugualmente perché sono convinto che la vita sia fatta di sogni e l’importante è seguirli, altrimenti non ha senso star li a veder scorrere i giorni. Marco Simoncelli diceva: Ho vissuto ogni giorno della mia vita come una cosa bellissima. Non ho mai aspettato che la vita scorresse, ma ho sempre cercato di trarre da ogni giorno quello che la vita mi offriva. Credo sia giusto così. Se hai il sogno di fare questo, forse troverai l’idea geniale che ti permetterà di avere successo. Un lavoro classico nella fotografia di sport ormai è molto complesso da gestire e anche economicamente non ha più molto senso.

Se dovessi cominciare da zero oggi come ti muoveresti per entrare nel giro professionale?
Farei le stesse cose che ho fatto a suo tempo perché non credo ci sia un’altra maniera. Si dice che oggi non ci siano più spazi, ma in realtà anche quando ho cominciato non è che ce ne fossero tantissimi. Per iniziare si può provare al limite a contattare i piloti. Io non l’ho mai fatto perché il mio DNA mi portava a seguire un discorso giornalistico, più che commerciale. Però chi inizia può fare questo tipo di scelta vendendo le foto ai piloti per pagarsi le spese. Una volta un ragazzo mi ha chiamato chiedendomi consigli. Gli dissi che a mio avviso doveva iniziare dalle gare minori e imparare man mano, come avevo fatto io. Mi rispose che a lui le gare minori non interessavano, gli interessava la Formula 1… A volte non ci si rende conto che il mondo professionale non è lì in attesa del nostro arrivo. Si deve entrare in punta di piedi e farsi apprezzare per quello che si fa e per questo ovviamente occorre tempo, pazienza e perseveranza.

Dalla formula 1 al Motomondiale, come è avvenuto il passaggio?
Ho iniziato da appassionato con le moto. Da piccolo ho avuto l’opportunità di vivere la 200 Miglia di Imola e fino ai diciotto anni per me esistevano più le moto che le auto. Poi nel 1979, se ricordo bene, a Imola è arrivato il Gran Premio Dino Ferrari con la Formula 1, anche se la gara non era valida per il campionato. Questo per ribadire che per me le moto sono venute prima delle auto. Successivamente ho avuto la fortuna con Autosprint di seguire le quattroruote e sono arrivato a fare un percorso professionale legato a queste. A un certo punto mi sono trovato a fotografare sia moto sia auto. La svolta è stata quando lavoravo con Grazia Neri e Roberto Rean-Cont, il responsabile dello sport, mi chiamò dodici giorni prima dell’inizio del Motomondiale e mi chiese se mi interessava seguire il campionato del mondo per un progetto legato alla Yamaha e a Max Biagi. Il mio lavoro all’epoca ufficialmente era quello di responsabile dell’archivio all’interno del giornale, anche se avevo la partita Iva per fare il fotografo, ma in pratica questo aspetto della mia professionalità viveva solo nei giorni festivi. Pensavo che se dovevo fare il salto, questo andava fatto prima dei quarant’anni e ne avevo trentanove e pochi mesi… non potevo aspettare ancora perché sarebbe stato troppo tardi. Così andai a parlare con il mio direttore e in dodici giorni mi sono licenziato e sono partito. Presi il biglietto per Giappone e ho iniziato così.

È molto diverso lavorare fotografando le moto piuttosto che le auto?
Sì, è diverso. A iniziare dalle dimensioni, per arrivare alle velocità e alle accelerazioni. A parità di circuito la velocità delle auto nelle chicane è superiore, poi ad esempio un’auto la riprendi a metà curva perché mette le ruote sul cordolo, mentre una moto a metà curva non è ancora abbastanza in piega, devi prenderla in uscita. Certo le focali che usi più o meno sono le stesse, ma l’approccio fotografico è completamente differente.

Quali sono le maggiori difficoltà da affrontare nel tuo lavoro di fotografo di sport?
Il problema del nostro lavoro è che, oltre ad essere difficile guadagnare, è necessario fare grandi investimenti, sia in termini di attrezzatura perché devi utilizzare corpi macchina e obiettivi estremamente impegnativi a livello economico.
Ma non basta se sei un free lance a inizio anno devi anticipare un sacco di soldi per pagare biglietti aerei, gli alberghi e le assicurazioni… tutte spese che, se va bene, recuperi solo a fine anno. È difficile organizzare tutto. Va meglio ovviamente se lavori per un’agenzia che ti paga tutto e ti da una diaria giornaliera.

Prima hai accennato a Marco Simoncelli… c’era un rapporto particolare tra voi?
Marco era un persona che ho avuto la fortuna di avere vicino perché ho grosse amicizie nella squadra per cui correva. Il fatto di essere entrambi romagnoli ha fatto sì che da subito avessimo una grande intesa. L’ho conosciuto e frequentato per una decina di anni in pista dove ci si conosce tutti… Sai quando sei dall’altra parte del mondo e vedi una persona che conosci la senti molto più vicina di quando la incontri nel tuo Paese. Con il passare degli anni poi il vederlo aveva assunto un sapore particolare. Il giovedì, si passava sempre a salutare lui e la sua squadra, sempre la stessa da quando l’ho conosciuto. Era tutto immerso in un’atmosfera estremamente familiare. Perciò non sto a dire amico o non amico, questi sono fatti personali e poi di amici apparsi dopo la sua morte ce sono già troppi. In ogni caso per me era una persona speciale. Avevamo iniziato più o meno lo stesso anno a seguire il Motomondiale, lui da pilota io da fotografo. E ora non c’è più. Probabilmente ci accorgeremo davvero della sua assenza solo con la prima gara del Motomondiale, anche se già durante i test ci è mancato.

Dopo tanti anni di professione hai ancora voglia di realizzare qualche sogno?
Avere degli stimoli e dei sogni è fondamentale per fare questo lavoro, come per vivere. Ho avuto la soddisfazione di realizzare vari libri, anche avendo il completo controllo della situazione, sono stato il fotografo personale di Jorge Lorenzo quando ha vinto il campionato del mondo e anche in quell’occasione è stato fatto un libro. Fuori dallo sport, non nego di avere un sogno nel cassetto che è quello di realizzare un volume con le immagini raccolte nel corsi dei tanti viaggi, ma completamente al di fuori degli eventi agonistici. Io amo molto l’America e quest’estate, durante la pausa tra le due gare americane, percorrerò la famosa Route 66 per raccogliere nuove immagini...
Insomma un po’ di sogni li ho.... Per quanto riguarda lo sport l’obiettivo è quello di mantenere la voglia di sognare e migliorare sempre… ma in realtà anche in questo campo l’idea per il prossimo libro ce l’avrei già...

IL CORREDO di Mirco Lazzari
"Quando ho iniziato a lavorare praticamente tutti usavano altre fotocamere. C’era una sola agenzia che usava Nikon e io ero sempre stato colpito dalla differenza di nitidezza e resa cromatica dei suoi fotografi. All’epoca c’era la Nikon F4 e la volli provare. Io ho le mani abbastanza grandi e appena presa in mano mi ci sono ritrovato immediatamente, proprio come se fosse stata disegnata apposta per me. Da quel momento non me ne sono più separato. Inoltre con gli anni ho avuto modo di approfondire il rapporto con Nital che ha sempre supportato me e i colleghi in modo fantastico.
In Italia abbiamo la fortuna di avere personaggi come Stefano Barbero che tutti ci invidiano e che ci segue in tutto il mondo. Inoltre sia Stefano sia gli altri ragazzi di Nital ci hanno sempre ascoltato facendosi tramite presso Nikon delle nostre esigenze ed eventualmente delle nostre richieste per rendere ancor più efficienti i prodotti professionali. E devo dire che hanno saputo trovare sempre il modo di farsi ascoltare”

 




 

Tratto da:

Corpi macchina
2 Nikon D3 S e 1 Nikon D3 X
Ottiche
Nikkor 14-24mm f/2,8G ED AF-S, Nikkor 24mm f/3.5D ED PC-E AF-S
Nikkor 50mm f/1,4G, Nikkor 70-200mm f/2,8G ED VR II
Nikkor 400mm f/2,8G ED VR AF-S, Nikkor 500mm f/4G ED VR AF-S
Nikkor 600mm f/4G ED VR AF-S, Nikon TC-14E II Teleconverter
Nikon TC-17E II Teleconverter
Compatte
Nikon COOLPIX P7100 e Nikon AW100 Waterproof

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