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Marco Maria D'Ottavi

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Marco Maria D'Ottavi

Intervista di: Dino del Vescovo

13/05/2011

PortraitIl ruolo della musica nella fotografia, nonché l'idea di rinascere in un altro tempo per ripercorrere su un treno a vapore le strade che lo hanno condotto attraverso i luoghi dei suoi primi reportage, non sono argomenti che di solito si affrontano quando si incontra e si intervista un fotografo. Marco Maria D'Ottavi, però, è un esempio di fotografo raffinato e sensibile, la cui attenzione per il dettaglio e l'eleganza, quasi sempre unita alla ricerca della semplicità intesa come forma di espressione più efficace, deriva da una formazione e da un iter professionale che nasce e continua in teatro, fra le luci di scena e accanto a registi e maestri del calibro di Edmo Fenoglio, Andrea Camilleri, Luca Ronconi, Franco Zeffirelli.
Un percorso che ha donato al fotografo romano oggi specializzato in fashion, nudo e moda, non soltato la capacità di saper vedere oltre la forma, ma anche quella sensibilità utile a sviluppare un assoluto rispetto per la persona, rispetto che passa oltre i limiti del reale quando di fronte al suo obiettivo... si trova una donna, una donna nuda. Di qui il "miracolo" a cui Marco D'Ottavi fa riferimento ogni qualvolta il corpo sublime e nudo di un soggetto viene "vestito di sola luce".
D'altra parte, l'osservazione attenta delle sue fotografie, dei suoi nudi in bianco e nero, del suo modo di intendere il fashion, denotato una grande abilità tecnica.
Ama trascorrere serate con gli amici, se possibile con tanto di barbecue a contorno, quindi tutto ciò che fa aggregazione, che genera pensiero, conversazione e confronto. Ama la cucina e, in particolare, preparare gli spaghetti alla carbonara e il polpettone, un piatto meno noto del primo ma decisamente complicato. Possiede una vasta collezione di romanzi di Andrea Camilleri, guarda pochissima televisione e ama le moto: è stato per sette anni presidente del BMW Motoclub Roma. Anche quando va su due ruote, ama farlo in compagnia.

Dunque Marco, sul tuo sito si fa spesso riferimento al tuo amore per la luce. Ci dici quando e come è nato?
Per rispondere a questa domanda devo raccontarti un aneddoto, una sorta di segreto che non ho mai svelato a nessuno. Lo faccio oggi, per l'amicizia che mi lega a Nital.
Avevo circa quattro anni e mio papà era solito preparare presepe e albero di Natale in grande stile, oltre che con largo anticipo rispetto alle festività.
Nel mentre dei lavori, un giorno, ha dimenticato una presa elettrica sul pavimento, collegata per mia sfortuna alla rete. L'ho messa in bocca e ci sono rimasto quasi secco: hanno dovuto rianimarmi perché avevo addirittura smesso di respirare. Probabilmente è stata quella la prima "scossa" che mi ha avvicinato alla luce, intesa, più che altro, come fonte di illuminazione artificiale.
 

Foto di Marco Maria D'Ottavi
Helene Mastroianni per Nikon

Teatro e fotografia invece quando sono arrivati?
Cito ancora mio padre che, come mio nonno, era appassionato di fotografia e spesso utilizzava apparecchiature e luci per me molto affascinanti. A 16 anni poi, ho iniziato a fare teatro con la scuola. Non ero evidentemente portato come attore, ma mi affascinava molto il mondo delle luci di scena tanto che un regista del tempo notò questo mio interesse e mi propose di lavorare come assistente elettricista. Da lì è nato tutto, fino a diventare il direttore della fotografia per Krzysztof Zanussi, Andrea Camilleri, dividendomi poi fra teatro e cinema, vedi la partecipazione ad alcuni lavori di Franco Zeffirelli.
Nel frattempo però fotografavo: la fotografia, voglio dire... la fotografia di scena, era l'unico mezzo per riportare e rappresentare all'esterno tutto ciò che si faceva, sia nel teatro, sia nel cinema.

Perché tanto bianco e nero nelle tue immagini?
Questa sì che è una bella domanda. Dunque, per quanto riguarda le mie fotografie, il mio modo di fotografare, ritengo che il bianco e nero sia meno fuorviante. Voglio che l'osservatore focalizzi l'attenzione sul soggetto della foto senza che sia distolto da troppi colori. Preferisco inoltre che anche il fruitore meno attento si concentri sulla "didascalia" dell'immagine, su quello che io, con la fotografia, intendo far vedere.
Poi c'è un'affezione di tipo tecnico avendo iniziato con la pellicola e con lo sviluppo e la stampa in bianco e nero. Ecco, direi che il bianco e nero lo sento più mio, lo gestisco meglio, fa parte della mia epoca.
Trovo infine che ci sia oggi troppa "fotografia barocca", carica di colori e di saturazione: la considero un'evoluzione imbastardita del neofita che si lascia prendere la mano dalle possibilità che la tecnologia mette ormai a disposizione di tutti. Bada bene che parlo di "neofita" e non di fotoamatore.



Nella tua home page è scritto «Credo che “vestire di luce”, di sola luce un corpo femminile, sia meraviglioso», alludendo addirittura al “miracolo”? Mi spieghi in sintesi questa affermazione?

Non potrei definire diversamente lo spettacolo che una persona concede, in particolare una donna, nel lasciarsi osservare, nel lasciarsi spogliare prima e vestire di sola luce dopo, concedendo sé stessa, il suo tempo, la sua bellezza, la sua capacità di essere presente lì, sul set. E' esattamente questo, ciò che intendo per miracolo. E la donna che mi sta di fronte, ha in quel momento tutto il mio rispetto per il sol fatto che mi sta dedicando sé stessa.
Voglio ribadirlo: sempre il massimo rispetto per la persona che ho di fronte, ancor di più se è una donna.

Foto di Marco Maria D'OttaviPuò accadere che il nudo artistico sia interpretato non come tale, ma con un pizzico di malizia?
Assolutamente sì, tanto che l'ultimo workshop di nudo che ho tenuto nel Teatro di Amelia, in Umbria, si è rivelato un'esperienza poco positiva. Nonostante l'atmosfera e l'allestimento fossero di primissimo ordine, ho dovuto rincorrere allievi ineducati che prestavano soltanto attenzioni "poco fotografiche" alla modella nuda che posava per noi sul set. Da quel momento ho deciso che mi sarei dedicato solo a workshop di fashion e glamour, senza più nudo.

Tu hai lavorato con personaggi noti della TV e dello spettacolo. Uno che ami in modo particolare... e perché...
Non vorrei deludere nessuno perché tutti mi hanno lasciato qualcosa nel cuore oltre che di più tangibile. Trovo però che sia molto piacevole lavorare con Veronica Maya, per la simpatia, la cultura e la sensibilità che ha nei confronti della fotografia.

Perché si fotografano soltanto modelle dal corpo perfetto?
L'attributo "perfetto" può essere variamente interpretato, a meno che non si cada nello stereotipo dettato dalle pastellate e ultra-ritoccate fotografie femminili che si vedono sui giornali. Non necessariamente una donna, perché sia "fotografabile", deve corrispondere al cliché di bellezza che abbiamo deciso essere oggi, cioè la taglia 40.
Se ci pensi, venti anni fa, l'idea di bellezza femminile, come le stesse fotografie dell'epoca dimostrano, era diversa da quella attuale. Carlo Mollino, architetto torinese nonché grandissimo fotografo, ritraeva donne per nulla belle con risultati straordinari.
Le uscite di Playboy di quegli anni mostravano donne che oggi piacerebbero a pochi.
Purtroppo, il tuo discorso acquista senso per le foto di moda richieste da un committente. Esiste una legge - che si crea di volta in volta -, che impone che la modella debba rispettare i canoni oggi veicolati dai media.

Osservando i tuoi lavori, le tue fotografie e i tuoi videoclip, traspare un carattere sensibile e attento a ogni dettaglio. Quanto credi che gli attuali aspiranti fotografi posseggano questi requisiti? Oggi... che si consuma tutto nella massima frenesia...
Penso si stia andando verso una forma e una fruizione della fotografia diversa, sicuramente molto più veloce che in passato. Oggi la foto insignificante o "sbagliata" finisce comunque su Facebook, sapendo che chi la osserverà, dedicarà al massimo qualche frazione di secondo. E poi vorrei aggiundere un altro particolare: quanti dei ragazzi che oggi fotografano hanno mai visto fotografie stampate o visitano e partecipano a mostre fotografiche? Non è una polemica, ma un dato di fatto: la fotografia moderna si fruisce a colpi di clic!
 

Foto di Marco Maria D'Ottavi
Veronica Maya

Da quanto tempo sei Nikonista e se hai mai pensato di cambiare...
La mia prima macchina fotografica è stata una Polaroid. Mi fu infatti regalata alla Prima Comunione. Dopo, ho comprato sempre e solo Nikon: prima una FM, poi una F3 e via dicendo. Non ho mai cambiato e non ho intenzione di farlo anche perché ho tantissime ottiche appartenenti ai tempi ormai trascorsi che, grazie all'attacco F-mount, sono ancora compatibili con i corpi attuali. Le monto addirittura sulla mia Nikon D3x, attuale top di gamma delle reflex Nikon, un corpo con il quale mi trovo benissimo, per la qualità delle immagini e del file che produce. L'altissima risoluzione mi permette inoltre di isolare porzioni di immagine senza perdere in qualità.

C'è un campo di applicazione fotografica dal quale ti senti distante?
La fotografia mi piace tutta e mi piace molto osservarla. Il food e la macrofotografia, però, mi mettono un po' in difficoltà. Non è che non mi prendono, è che non mi sento capace. Forse non ho le competenze necessarie a far bene.

Potessi rinascere, in quale epoca vorresti trovarti?
Questa domanda mi fa sorridere perché trovo che sia quanto mai pertinente al mio essere. Se potessi, rinascerei nel '700, per i modi e la gentilezza dell'epoca.
Mi piacerebbe tuttavia rivivere anche i primi anni del '900, per poter rifare alcuni dei viaggi che ho già fatto, quando ho lavorato come fotografo di reportage, a cavallo o a bordo di un treno a vapore. Come prima risposta però, resta valido il '700.

Quanto conta la musica nel tuo lavoro?
Conta tantissimo. Un po' perché sono un pianista mancato avendo studiato pianoforte per cinque anni, un po' perché possiedo 5.000 vinili, fra musica jazz e classica. La musica è come la fotografia, ma con una differenza: ti consente di vedere ad occhi chiusi! Oltre che di viaggiare con l'immaginazione. A me poi piace moltissimo la danza, e mi piace fotografare le ballerine professioniste poiché capaci di esprimersi attraverso le lore pose come poche altre sanno fare.
 

Foto di Marco Maria D'Ottavi
Nathaly Caldonazzo

Un'ottica Nikkor alla quale non rinunceresti mai?
L'AF-S Nikkor 24-70mm F/2.8G ED. E' un'ottica unica. Il grandangolo ti permette di plasmare la realtà in mille modi, mentre l'apertura F/2.8 garantisce quella ridotta profondità di campo necessaria a ottenere determinati risultati senza ricorrere ad alcun artifizio in post-produzione. Insomma è una lente magnifica, priva di difetti.
Mi sto innamorando inoltre dell'AF-S Nikkor 14-24mm F/2.8G ED che ho acquistato da poco, quanto basta per indurmi a considerarlo un obiettivo "stratosferico", senza vignettatura, e aberrazioni cromatiche. L'ho addirittura prestato a un mio amico fedele a un'altra casa fotografica, il quale ha riconosciuto l'indubbio valore di questa ottica.

C'è un fotografo contemporaneo o del passato a cui ti sei o continui a ispirarti?
Non vorrei darti una risposta scontata, ma mi ispiro a tutti i grandi fotografi. Nel tempo mi sono innamorato di immagini di grandi e svariati fotografi del passato. Oggi mi piace moltissimo Gabriele Rigon, fotografo di nudo magnifico oltre che grande amico. Potrei citarti Paolo Tallarigo, storico fotografo di Playboy e Playman, e un fotografo contemporaneo che ho conosciuto grazie a Nital, Alfredo Sabbatini della Maison Sabbatini di Milano, una persona straordinaria e in grado di instaurare un feeling con le persone fuori dal comune.

Mi dai tre aggettivi che non ti appartengono...
Dunque, sarò breve e conciso: taccagno, esibizionista e bello.

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