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Emanuele Castronovo

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22/07/2013

Emanuele Castronovo

Intervista di: Dino del Vescovo

Professionista 39enne di Roma, Emanuele Castronovo unisce al grande interesse per i viaggi, e in particolare per l'Africa, il suo lavoro di fotografo, trasformando il tutto in un'attività che lo vede per diversi mesi all'anno in giro per il mondo.
Reportage di viaggio e workshop fotografici finiscono così al centro del suo universo. Un progetto in particolare, “Quello che non c'è”, lo entusiasma più degli altri poiché da quattro anni gli consente di vivere il viaggio fotografico in chiave umanitaria: parte delle quote corrisposte dagli allievi partecipanti al workshop, viene devoluta in beneficenza all'Orfanotrofio di Timboni in Kenya. Un modo concreto di prestare aiuto e di elevare l'esperienza fotografica a umana.
Nikonista da sempre, nei suoi reportage alterna spesso scatti paesaggistici a ritratti ambientati, in attesa di avviare un progetto che lo coinvolga anche dal punto di vista video. Nel tempo libero, ama lo sport in particolare il tennis, ascoltare musica e leggere libri di autori diversi, Terzani e Salgari tra i suoi autori preferiti.

Buongiorno Emanuele, mi definiresti il fotografo di viaggio?
Un fotografo di viaggio credo dovrebbe innanzitutto essere un viaggiatore. Credo non basti saper fare buone fotografie e avere una buona tecnica per definirsi tale. È importante conoscere quello che c'è dietro un determinato luogo, approfondire ogni aspetto dello stesso e sapersi relazionare con i suoi abitanti, conoscere la loro cultura e le loro abitudini. Per questo cerco di studiare ogni movimento, di informarmi sulle potenzialità del luogo. Deve inoltre essere in grado di fronteggiare l'imprevisto, riuscendo quando possibile a trarne anche vantaggio sapendo cogliere gli aspetti interessanti nelle situazioni non pianificate.

Tu da quanto tempo viaggi?
Da circa quindici anni, ma lavoro come fotografo di viaggio da tre.

Qual è la tua missione di fotografo?
Il racconto per immagini della “bellezza” legata a un luogo e della cultura dei vari popoli.

Ti è mai accaduto di trovarti in un posto non bello e di dover raccontare la “non bellezza”?
Quando mi ci trovo davanti, cerco di documentare la “non bellezza” nel modo più sereno possibile. Mi è certamente capitato di osservare situazioni di disagio ma ho fatto in modo che i soggetti ritratti la trasmettessero senza troppa drammaticità.
C'è anche da dire che spesso il nostro occhio porta a esasperare determinate situazioni, mentre da parte di chi le vive c'è la capacità di cogliere l'allegria e la spensieratezza nelle cose più semplici. Anche in questo trovo la bellezza che cerco di raccontare.

Se fra mezzora potessi partire per una meta sconosciuta, quale obiettivo Nikkor metteresti in borsa?
Lasciami pensare un po'. Dunque, non potrei rinunciare all'AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED, per tutta una serie di motivi. È versatile dal punto di vista della focale adattandosi alla fotografia paesaggistica ma anche alle inquadrature più ristrette e quindi alla ritrattistica e alle immagini ambientate. Poi ha la giusta luminosità, per cui anche quando le condizioni di luce non sono ottimali, come di notte, garantisce risultati eccellenti. Non ho dubbi, se davvero dovessi scegliere soltanto un'ottica, sceglierei questa.

Da quanto tempo sei nikonista e perché?
Praticamente da sempre. E da quando ho effettuato il passaggio dall'analogico al digitale, era il 2004, non ho più utilizzato altre macchine se non Nikon. Mi piace l'idea di usare con i corpi macchina più recenti anche ottiche molto datate che, per quanto limitate in termini di AF, dimostrano tutt'oggi la qualità delle loro lenti. Ciò è possibile solo con Nikon che da diversi decenni mantiene invariato l'attacco a baionetta F-mount. Trovo per esempio molto interessante l'uso delle vecchie lenti Nikkor Ais nella macrofotografia.

Quindi ti occupi anche di macrofotografia?
Sì. Quando fai foto naturalistiche, il passo verso la macrofotografia è breve. Anche se non è la mia applicazione preferita, trovo sia molto interessante riprendere piccoli animali e insetti.

Come si fotografa, nella savana, in piena notte?
Fotografare la notte nella savana è un po' complicato, a meno di non trovarsi in condizioni di luce assai particolari. Direi quindi che se non si ricorre all'illuminazione artificiale e all'utilizzo di “fototrappole”, cosa che non amo molto, le fotografie notturne sono molto rare. Le ore migliori per fare fotografie sono l'alba e il tramonto. D'altronde, in fotografia, è la luce al centro di tutto.

Che rapporto hai con il video? E con la post-produzione?
Con il video non mi sono ancora cimentato in modo serio. Ho fatto delle prove ma nulla di più. È nei miei programmi tuttavia approfondire la questione e dedicare alla causa la giusta attenzione. D'altronde, possedendo una Nikon D800, sarebbe un vero peccato non approfittare delle potenzialità di ripresa video per le quali la fotocamera è nota. Per quanto riguarda la post-produzione invece il discorso è un po' delicato essendo una parte importante del mio lavoro. Personalmente dedico parecchia attenzione al miglioramento delle immagini ma allo stesso tempo evito di esagerare per non snaturarle.
Il mio è un discorso che ha validità generale e che riguarda, credo, molti fotografi.
Viste le potenzialità sempre più elevate dei file Raw prodotti dalle attuali fotocamere diventa determinante saper trovare il giusto equilibrio nello sviluppo in post-produzione.

Quale software utilizzi per la tua post-produzione?
Alterno il Capture NX2 al Photoshow. E non di rado il ViewNX 2, il software che Nikon allega gratuitamente alle sue reflex e alle sue COOLPIX.

Esiste un momento o una situazione africana particolarmente difficile da tradurre in immagini?
Sono diverse le situazioni in cui può non essere facile fotografare. Se parliamo di Africa in senso lato, potrei citarti una delle ultime esperienze vissute in Marocco dove sono stato, lo scorso anno, per fotografare il deserto. In quell'occasione non ho trovato le giuste condizioni climatiche per cui è stato molto difficile portare a casa un buon servizio.
Se invece parliamo di Africa più tradizionale, alludendo al safari e agli animali della savana, le difficoltà sono per lo più dovute al fatto che i soggetti sono in libertà e quasi sempre in movimento o in situazioni imprevedibili. Serve quindi un po' di fortuna e capacità per valorizzarli al meglio. I lemuri del Madagascar, per esempio, sono animali difficili da fotografare. Sono piccoli e hanno code molto lunghe che rendono difficile la composizione. Inoltre vivendo nella foresta è difficile ritrarli in condizioni di luce ottimali o senza elementi di disturbo.
Tralasciando un attimo i soggetti, ciò che risulta estremamente difficile da trasferire nelle immagini, è quella sensazione di appartenenza, di “ritorno a casa” che ognuno di noi avverte quando è in Africa. È difficile da dire e lo è ancora di più da fotografare.

Ti occupi solo di Africa o esplori altri paesi?
Mi occupo anche di altro e di ambienti diversi, come l'India, il Nepal, il Vietnam o e l'Asia in generale. In questi posti in particolare la documentazione non riguarda soltanto la parte naturalistica ma anche sociale, quindi di costume. Sono luoghi dove le genti partecipano a eventi, festival, manifestazioni folkloristiche molto belle da vedere e fotografare. A breve sarò anche nel Nord America, per sviluppare un progetto che mi porterà ad attraversare gli Stati Uniti fino a giungere al Canada. Poi ci sarà la Norvegia, l'Islanda. Con l'Africa però, lo devo ammettere, ho un legame tutto particolare.

Mi racconti un aneddoto inerente la tua esperienza di fotografo...
Ce ne sarebbero diversi... Ne avrei uno forse simpatico, che non riguarda l'Africa in particolare, bensì un workshop che stavo tenendo nel Parco Nazionale d'Abruzzo. Dopo una levataccia e un percorso in salita notturna decisamente impegnativo, finalizzato a fotografare nel massimo silenzio un branco di cervi in amore, ci avvicinavamo alla posizione migliore strisciando sul terreno tipo marines incuranti di sterco, spine e sassi appuntiti. Ma i cervi, pur essendo ancora molto lontani, si allontanavano inspiegabilmente. Il fuggi fuggi era invece dovuto a un allievo del gruppo che, essendo rimasto parecchio indietro rispetto a noi aveva spostato la sua attenzione sul paesaggio.
Non pensando che sarebbe stato visto dai cervi, aveva posizionato il suo cavalletto muovendosi in tutta disinvoltura. Una volta compreso l'accaduto, dopo qualche imprecazione iniziale, l'abbiamo presa a ridere e ci siamo dedicati al paesaggio anche noi.

"Quello che non c'è". Di cosa si tratta?
È un nuovo modo di concepire il viaggio-workshop fotografico. “Quello che non c'è” è quindi un viaggio attraverso la fotografia, le sue tecniche e la solidarietà. Si svolge in Africa e ha come scopo, oltre al divertimento e all'apprendimento di chi vi partecipa, la donazione di fondi all'orfanotrofio di Timboni in Kenya (God Our Father’s Childrens Home). La raccolta dei fondi avviene utilizzando il ricavato dalle quote versate dai partecipanti al netto dei costi sostenuti per l’organizzazione. L'iniziativa è ormai alla quarta edizione e anno dopo anno ha contribuito molto all'ampliamento e al miglioramento delle condizioni di vita nell'orfanotrofio. Nonostante i buoni risultati concreti quello che ho ricevuto da questa esperienza è comunque più di quello che ho donato... nuovi amici e sorrisi “sdentati” che mi ricordano ogni anno quali siano le cose veramente importanti.
Il viaggio quest'anno si svolgerà dal 16 al 31 agosto. Il significato del titolo lo riassumo così: «Quello che sembra mancarci nella vita di tutti i giorni, "quello che non c'è", in realtà molto spesso c’è!».

                     
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