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Prisca Caroli

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15/03/2016

Prisca Caroli

Intervista di: Dino del Vescovo

Prisca CaroliFotografa emiliana di base a Scandiano, cittadina della provincia di Reggio Emilia, Prisca Caroli fa della fotografia di bambini un lavoro a tempo pieno e una passione autentica di cui coltiva ogni aspetto, arricchendola costantemente di nuovi spunti e idee. Il sentimento e la determinazione che ripone in quello che fa, traspaiono da ogni sua parola: “Faccio esattamente ciò che voglio fare e non intendo cambiare”, afferma quando le chiediamo se in futuro ha intenzione di dedicarsi anche ad altri generi di fotografia. Il suo stile fotografico e il suo modo di concepire la professione, la spingono a intraprendere, insieme ai suoi clienti, un percorso che ha inizio con le pose della mamma in attesa e si articola in fasi successive: neonato che dorme (“newborn”), “family and me”, “dog and me”, “smash cake”. Instaura così un rapporto duraturo con le famiglie che decidono di affidarle il compito di fotografare i propri bambini, un percorso professionale che culmina in un'esperienza anche umana. Nascono così album fotografici e fotolibri rigorosamente cartacei: tutte le stampe sono affidate a un laboratorio specializzato e avvengono su carte di altissima qualità. I file, quelli digitali, restano invece custoditi nell'archivio personale della fotografa, appassionata tra l'altro di cinema, mostre e viaggi.
Tra i progetti che Prisca si appresta a sviluppare, uno riguarda i bimbi nati prematuramente. Ciò per sensibilizzare l'opinione pubblica nei confronti dell'argomento e, grazie alle immagini, far capire quanto siano difficili per questi bambini e, soprattutto per i loro genitori, le primissime fasi dello sviluppo.

Quando e perché è nata in te l'idea di fotografare i bambini?
Premetto che la mia è una famiglia di fotografi di matrimonio. E che già all'età di 13 anni, nel mio piccolo, offrivo supporto ai miei genitori nel loro lavoro. Non che mi piacesse tanto, lo ammetto, ma il mio interesse per la fotografia è nato proprio da lì. Più tardi - correva l'anno 1989 - ho iniziato a fotografare i bambini nel periodo natalizio.
A un certo punto però, ho avvertito l'esigenza di andare oltre e di crearmi una dimensione tutta mia. Ho iniziato a frequentare alcune community americane incentrate sulla fotografia di bambini e ho scoperto un mondo nuovo, un modo diverso di concepire questo speciale genere fotografico.
Non solo sfondi uniformi dietro i soggetti, ma scenografie curate in ogni dettaglio, non più indumenti scontati, ma vestitini e accessori ricercati e mai banali. Nel 2011 ho finalmente intrapreso la mia strada, allestendo uno studio fotografico per la sola fotografia di bambini. E oggi ne sono contentissima.

E le donne in dolce attesa? E lo “smash cake”?
Diciamo che è stata una diretta conseguenza. Mi piaceva e mi piace l'idea di fotografare i momenti che precedono la nascita di un bambino e di seguire il piccolo anche nelle fasi successive della sua crescita, soprattutto durante il primo anno. Sono nati così i generi “family and me” e “smash cake”. Quest'ultimo è decisamente originale perché ritrae il bambino o la bambina mentre giocano con la loro prima torta, riducendola in pezzi e sporcandosi il viso.

Credi che l'essere donna sia un elemento imprescindibile per mettere in pratica questo genere fotografico?
Imprescindibile no, ma l'essere donna aiuta a instaurare un buon feeling con le mamme dei bimbi da fotografare. Ciò non esclude che un fotografo di genere maschile possa fare fotografia di bambini conseguendo ottimi risultati: ne conosco diversi e di molto bravi.

Come ci si rapporta con soggetti in tenera età, talvolta inconsapevoli di esserlo? Si incontrano difficoltà particolari?
Fotografare un bambino non è come fare il classico ritratto di un adulto. I bambini si distraggono, fuggono, si muovono, non ti ascoltano. E a me piace proprio questo, quella imprevedibilità che contraddistingue ogni mio servizio fotografico. Penso inoltre che il mio aspetto, un po' materno e un po' da tata, mi aiuti a instaurare con i piccoli, per quanto possibile, un rapporto di immediata fiducia e simpatia. Spesso si canta, si ride, si gioca, si fa andare la musica giusta, quella dei miniclub estivi per esempio, o dei cartoni animati, e si mette un pupazzo sull'obiettivo della macchina fotografica. Tutto ciò che serve creare le condizioni ideali per lo scatto.

Quanto dura una sessione?
Dunque, per il genere “newborn”, la sessione fotografica dura in media tre ore. Si deve infatti aspettare che il bimbo si addormenti. Con i bambini più grandicelli invece, non supero mai l'ora di lavoro, tanto il meglio lo prendi nei primi 20 minuti.

Si incontrano difficoltà particolari?
Di difficoltà se ne incontrano tante (sorride, ndg).
I bambini, come ti ho già detto, sono imprevedibili, talvolta non vogliono collaborare, oppure fanno le facce strane e le bocche storte.
Altre volte, sono i genitori a rendere un po' più complicata la situazione perché invitano i loro figli a sorridere, ad assumere una posa piuttosto che un'altra.
Io, dal canto mio, preferisco che i bimbi siano naturali e che seguano il loro istinto, senza che da loro si pretenda nulla.

A cosa si ispira la fotografia del bimbo addormentato, la cosiddetta “newborn”?
Alla condizione naturale di ogni neonato.
Sono immagini che ritraggono i bambini mediamente a 15 giorni di vita, e a quella età, il neonato, da sveglio, non ha il viso rilassato come quando dorme. Il bimbo dormiente si esprime quindi in tutta la sua bellezza e naturalezza.

Immagino occorra disporre di speciali accessori per mettere in pratica questo particolare tipo di posa...
Certamente, in studio ho dei bean bag, cuscini dedicati al sonno dei bambini, particolarmente comodi e in grado di adattarsi perfettamente ai loro corpicini.
Ovvio che non si può prevedere il momento in cui un neonato si addormenta, ma fare di tutto, creando le giuste condizioni, perché ciò accada. E che il sonno sia più naturale e distensivo possibile. Ci sono musichette che aiutano e facilitano l'attesa.

È evidente che nei tuoi ritratti non viene mai sfiorata l'intimità dei bambini. Confermi?
Confermo ed è assolutamente voluto. Anche se a volte, i bambini più piccini sono nudi mentre li fotografo, le mie immagini ne celano sempre le parti intime. Voglio che la fotografia non intacchi minimamente la privacy e il rispetto dei piccoli modelli. Sono contenta che mi abbia fatto questa domanda perché non tutte le scuole di pensiero sono in sintonia.

Ti sei occupa in passato di altri tipi di fotografia, oltre che di matrimonio? Prevedi di farlo in futuro?
No, prima di approdare ai bambini, ho fatto solo fotografia di matrimonio. Adesso che ho trovato il mio equilibro, non ho intenzione di cambiare. Ciò che faccio è esattamente ciò che voglio fare, senza alcun dubbio.

Da quanto tempo sei nikonista?
Da generazioni direi. Sono figlia di nikonisti e in un certo senso di Nikon. I miei genitori hanno sempre usato Nikon e io, di conseguenza, ho continuato a farlo.

Con quale corpo macchina e con quali obiettivi stai lavorando?
Dunque, a breve acquisterò una Nikon D750 ma al momento lavoro con una, anzi con due Nikon D700, reflex che mi è sempre piaciuta tanto e che ancora oggi mi dà tante soddisfazioni. Per quanto riguarda gli obiettivi, vivendo in una famiglia che da sempre usa Nikon, ho la possibilità di accedere a circa 50 ottiche in tutto. Se però devo citare gli obiettivi che utilizzo di più frequente, ti parlerei del macro AF-S Micro-Nikkor 60mm f/2.8G ED e dell'AF-S Nikkor 50mm f/1.4G per i servizi “newborn”, dell'AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED per lo studio e dell'AF-S Nikkor 85mm f/1.4G per le foto in esterni. In più, amando le luci flash e prediligendole alla luce ambiente, utilizzo diversi lampeggiatori della serie SB, sempre di Nikon.

Uno degli aspetti più importanti del tuo lavoro?
Quello di fidelizzare il cliente, quindi la capacità di far tornare la famiglia con il suo o i suoi bambini più volte in studio. Il fotografo di bambini è a tutti gli effetti un fotografo di famiglia. Si lavora a pacchetti e si segue un percorso: maternità, newborn, family and me, a cui poi si aggiunge lo “smash cake”, di cui abbiamo appena parlato, in occasione del primo compleanno.
Altro aspetto fondamentale è la formazione e la ricerca continua: formo i miei colleghi e nello stesso tempo catturo da loro tutto ciò che mi serve per crescere. Sono allieva di importanti fotografe internazionali come Robin Long e Natalya Ignatova. E sono membro di AIFB, l'Associazione Italiana Fotografi di Bambini, di Tau Visual.

La richiesta più strana, se c'è mai stata, che ti è pervenuta durante una sessione di scatto?
Vere e proprie richieste strane non ne ho mai avute. Succede però che i genitori avanzino proposte un po' bizzarre: mi è capitato per esempio che mamma e papà appassionati di moto, mi abbiano chiesto di fotografare il loro neonato dentro un casco.

È una mia impressione o prediligi il colore al bianco e nero?
Hai intuito bene. In qualità di fotografa di bambini, preferisco di gran lunga il colore al bianco e nero. I bimbi esprimono positività e io pretendo che la stessa traspaia dalle mie immagini.
Trovo da questo punto di vista che i colori, sempre tenui e mai troppo contrastati, siano più adatti del bianco e nero. Né potrei ricreare illuminazioni alla Rembrandt.

Un'ultima domanda: che rapporto hai con il video?
So perfettamente che sempre più fotografi affiancano le riprese video alle immagini. Per il momento però, anche volendo, non potrei dedicarmi ad entrambe le cose. Lavorando sul set da sola e non avvalendomi dell'aiuto di assistenti, preferisco concentrami solo sugli scatti. Ho però assistito alla realizzazione, mediante riprese video con reflex Nikon, di spot pubblicitari e trovo il video, da questo punto di vista, uno strumento di comunicazione assai efficiente.


 

                     
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