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Emanuele Biggi

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Appassionato ed esperto di rettili e anfibi, quindi di piccoli predatori, Emanuele Biggi, naturalista e fotografo professionista di 36 anni, è anche conduttore televisivo.
La passione e il rispetto che Emanuele mostra di avere per la natura e il pianeta che ci ospita, evincono da ogni sua parola, così come la voglia di tramandare le sue conoscenze in ambito biologico a un pubblico sempre più vasto, anche e soprattutto attraverso la comunicazione fotografica. Non è un caso che la tecnica di ripresa attualmente più adottata nei suoi lavori, sia la cosiddetta “wide-angle macro”.

11/12/2015

Emanuele Biggi

Intervista di: Dino del Vescovo

Appassionato ed esperto di rettili e anfibi, quindi di piccoli predatori, Emanuele Biggi, naturalista e fotografo professionista di 36 anni, è anche conduttore televisivo.
Da tre stagioni infatti, conduce insieme a Sveva Sagramola, la trasmissione Geo in onda su Rai 3 dal lunedì al venerdì, dalle 15:45 alle 19:00.
Nikonista sin da bambino, lo abbiamo raggiunto immediatamente dopo la sua partecipazione, in qualità di master, a due degli appuntamenti del Nikon Live! 2015, a Roma e a Padova, per farci raccontare come il pubblico ha risposto a questi speciali eventi e, più in generale, quali sono i segreti del suo lavoro, sia come fotografo di natura, sia di conduttore TV.
La passione e il rispetto che Emanuele mostra di avere per la

Alberto Ghizzi Panizza

natura e il pianeta che ci ospita, evincono da ogni sua parola, così come la voglia di tramandare le sue conoscenze in ambito biologico a un pubblico sempre più vasto, anche e soprattutto attraverso la comunicazione fotografica. Non è un caso che la tecnica di ripresa attualmente più adottata nei suoi lavori, sia la cosiddetta “wide-angle macro”. «La fotografia è lo strumento che mi consente di documentare una passione, cioè la natura», ha affermato il noto erpetologo nelle fasi iniziali della nostra conversazione. Oltre a fotografare, Emanuele Biggi fa parte di un gruppo musicale metal dal nome Will'o'Wisp ed è appassionato di rugby.

Dunque Emanuele, quando nasce la passione per i piccoli animali e i piccoli predatori?
Nasce ai tempi in cui ero bambino. Ricordo che all'asilo c'era una siepe dalla quale, ogni volta che la scuotevo, cadeva una quantità infinita di insetti. Per me era un ben di Dio. Ero colpito da quelle forme di vita, a me ancora sconosciute, al punto che le raccoglievo in piccoli contenitori, le portavo a casa dove rimanevo a osservarle per ore.
All'età di circa sei, sette anni, nacque invece l'interesse per i rettili e gli anfibi, quindi per le raganelle, i rospi e le rane. Tutto ciò mi ha spinto a laurearmi in Scienze Naturali e a diventare erpetologo, cioè studioso di rettili e anfibi.

Qual è il tuo animale preferito?
Vorrei citarne, se possibile, un paio. La prima è una raganella del Sudamerica, la cosiddetta “raganella scimmia” (Phyllomedusa sauvagii), così chiamata per la capacità di muoversi fra i rami come fosse un primate. Ha la pelle ricoperta di una speciale cera che la protegge dal caldo ed emette urine simili a quelle dei serpenti del deserto.
Il secondo è un ragno, o meglio un genere di ragni, il Portia, appartenente alla famiglia Salticidae. Sono ragni saltatori e cacciatori di altri ragni. Per lo scopo, hanno sviluppato strategie e tecniche di caccia differenti in funzione della specie di aracnidi che intendono predare. Si mimetizzano molto bene e vivono tra l'Africa, l'Asia e l'Australia. Sono circa dieci specie in tutto. La raganella scimmia l'ho anche allevata in cattività.

Qual è il modo migliore, secondo te, per sensibilizzare il pubblico al rispetto di animali non particolarmente amati come insetti e rettili?
Ho cercato negli anni di valutare i vari aspetti della questione. Il mio scopo non è quello di far amare questi animali. L'amore è qualcosa di troppo grande da conseguire e la nostra cultura, radicata nei secoli, difficilmente potrà scrollarsi di dosso quei luoghi comuni che ce li fanno odiare. Io quindi, cerco di instillare il rispetto per queste specie, la consapevolezza che questi animali, anche se non considerati belli, sono importanti per la vita degli ecosistemi e anche per la nostra esistenza.
Se non fosse possibile ottenere l'apprezzamento, aspiro almeno alla fascinazione per questo tipo di mondo.

E in che modo lo fai?
Lo faccio con la fotografia, cercando di raccontare storie che spieghino come questi animali abbiano anche un'utilità pratica per gli esseri umani. Una sostanza contenuta nella pelle di una rana del Sudamerica è per esempio uno dei più potenti antidolorifici oggi esistenti in natura. Parliamo di un antidolorifico 250 volte più potente della morfina, ma privo degli effetti collaterali della morfina che tutti noi conosciamo. E il bello è che il più delle volte non c'è bisogno neanche di sopprimere l'animale per estrarre questa preziosa sostanza, perché ora che la si conosce la si può sintetizzare in laboratorio.

L'esperienza come conduttore di Geo cosa ti sta insegnando?
In queste tre stagioni di Geo, ho imparato che più il pubblico è ampio, più devi semplificare i concetti che vuoi trasmettere, senza però banalizzarli. Spiegare argomenti complessi, significa mettersi nei panni di chi in quel momento sta guardando la TV mentre svolge, per esempio, le faccende domestiche, e nello stesso tempo catturare la sua attenzione. Ciò si ottiene anche evitando di dire tutto: la TV – l'ho imparato negli anni – quasi mai approfondisce. Il tempo a disposizione è limitato ma in quel po' che c'è si deve riuscire a destare curiosità. Ancora, ho imparato a fare molta attenzione a quello che si dice e, soprattutto, a come lo si dice.
In TV, non hai il pubblico davanti e tutto quello che dici può essere travisato, interpretato male e, come un boomerang, ti si può ritorcere contro.

È un mestiere difficile quello del conduttore TV?
Guarda, la televisione è un mondo strano, per cui direi che soprattutto all'inizio è un po' difficile entrare nei suoi meccanismi. Poi, con il tempo, si impara e si prendono le giuste misure.

Come sono andati i Nikon Live! di Roma e Padova? Hai riscontrato interesse da parte del pubblico?
Sono andati molto bene, pur con caratteristiche differenti. Al Centro Congressi di Padova, lo scorso 14 novembre 2015, l'ambiente è stato più raccolto e ho instaurato un rapporto diretto con il pubblico.
A Roma, una settimana prima, eravamo in una location molto più ampia – l'Auditorium del Massimo – il che ha esaltato da un lato la portata dell'evento, dall'altro ha reso un po' più difficile osservare le reazioni del pubblico a ciò che raccontavo.
L'interesse è stato comunque altissimo in tutte e due le situazioni.
Ne ho avuto conferma alla fine di entrambi gli incontri: quando sono sceso dal palco, gli appassionati che si sono avvicinati per farmi domande sulla mia attività di naturalista e soprattutto di fotografo, sono stati tantissimi. Direi che entrambe le esperienze sono da ricordare.

Che genere di fotografia solitamente pratichi?
Faccio fotografia macro anche se negli ultimi anni non ricorro a ingrandimenti eccessivi, quindi a tubi di prolunga e quanto altro serve per ingrandire il soggetto. Di solito scatto con l'AF-S Micro-Nikkor 60mm f/2.8G ED e l'AF-S Micro-Nikkor 105mm f/2.8G IF-ED ma negli ultimi tempi uso sempre di più il grandangolo.
Cerco di avvicinarmi a soggetti anche molto piccoli, ma con un obiettivo grandangolare, talvolta modificato allo scopo, per riprendere sì l'animale che intendo fotografare in primo piano, ma con una visione d'insieme. Ho scoperto infatti il piacere di ritrarre gli animali insieme al loro habitat naturale.
Questo modo di procedere assume molta importanza dal punto di vista ecologico. Oggi c'è poco tempo per guardare le foto o l'intero lavoro fotografico di una singola persona. Con questo genere di immagini che in America chiamano “wide-angle macro”, si rende subito l'idea di come è fatto l'animale e, nello stesso tempo, dell'ambiente in cui vive. Con il grandangolo si ovvia inoltre al problema della ridotta profondità di campo tipica del mondo macro, in particolare se si utilizzano aperture non inferiori a f/13.

Che rapporto hai con i video?
Di amore e odio (ride, ndr). Provo molta curiosità nei confronti dei video e – devo ammetterlo – ho anche iniziato a realizzare qualcosa in merito. Ho ripreso dei filmati in Borneo, insieme al mio socio nonché giornalista scientifico Francesco Tomasinelli, per documentare la predazione dei ragni al fine di usarli a scopo divulgativo. Non ho però molto trasporto nel farli, forse perché “mi ammazzano” il momento. Il video richiede preparazione, soprattutto per quanto riguarda l'illuminazione, ed è meno immediato della fotografia. Ad ogni modo riprendo con una Nikon D810 e una Nikon D7100.

Ti piacciono le Nikon 1?
Mi piace l'idea di usare macchine così poco ingombranti e soprattutto discrete, perfette in quei luoghi e in quelle situazioni in cui è importante passare inosservati. Non escludo quindi di prenderle in considerazione soprattutto per le riprese video.

Da quanto tempo sei nikonista?
Da quando, bambino, “rubavo” la Nikon F3 a mio padre il quale, poco dopo, mi regalò una Nikon F4, macchina alla quale sono rimasto affezionato. Fu poi la volta della mitica F5, reflex che ho usato fino a quando è arrivato il digitale. Ricordo l'emozione che provai nel riceverla, talmente grande che finì nel pianto.

Con quale corpo macchina stai lavorando? E con quali ottiche e accessori?
Fino all'anno scorso ho utilizzato una Nikon D4s e una Nikon D800. Dopo l'ultima trasferta in Perù mi sono però reso conto di aver usato la seconda più della prima. Il mio tipo di fotografia è, probabilmente, più in sintonia con il sensore della D800. Per questo motivo, di recente sono passato alla Nikon D810 con la quale mi trovo veramente bene. Non escludo però di tornare alle cosiddette ammiraglie e quindi alla Nikon D5 non appena sarà disponibile sul mercato.
Per quanto riguarda le ottiche, quelle che più utilizzo sono quattro: l'AF-S Micro-Nikkor 60mm f/2.8G ED, l'AF-S Micro-Nikkor 105mm f/2.8G IF-ED, l'AF-S Nikkor 200-400mm f/4G ED VR II per fotografare uccelli e mammiferi, il recente AF-S Nikkor 300mm f/4E PF ED VR per le foto in foresta. A quest'ultimo mi sono legato in modo particolare poiché unisce a eccellenti prestazioni un peso molto ridotto (755 g, ndr), il connubio perfetto per portarselo in viaggio praticamente ovunque.
Per quanto riguarda gli accessori, faccio molto uso dei flash Nikon e del sistema CLS ossia del Creative Light System che permette a più lampeggiatori di funzionare in contemporanea e di essere pilotati da un cosiddetto flash commander.
In particolare, possiedo due Nikon SB-R200, un Nikon SB-700 e un Nikon SB-910.

Se potessi partire in questo istante, dove andresti?
In Namibia, per questioni di lavoro e approfondimento. Se invece dovessi egoisticamente citare due luoghi a me cari e di grande ispirazione, il primo è il Chaco Paraguaiano dove vive la raganella di cui ti parlavo all'inizio di questa intervista; l'altro sono le Galápagos, non tanto per fare fotografie, ma per immergermi in uno di quei posti dove un naturalista ha tutto quello che cerca, in termini culturali. Lì è nata d'altronde la teoria evolutiva di Charles Darwin. Diciamo che le isole Galápagos sono un luogo da nerd (sorride, ndr), dove gli animali non hanno paura dell'uomo e dove è possibile avvicinarli per osservarli e studiarli al meglio.

C'è un naturalista o un fotografo di natura a cui ti ispiri?
Storicamente sono molto affezionato al fotografo di natura statunitense John Shaw perché da bambino, leggendo i suoi libri, ho imparato tanto. Attualmente apprezzo molto i lavori del polacco Piotr Naskrecki, bio-entomologo e professore presso la Harvard University, fra i più affermati fotografi di wide-angle macro al mondo. Da lui ho attinto l'ispirazione per i ritratti ambientati di cui ti ho parlato poco fa. Se devo invece citarti un fotografo italiano, stimo molto Stefano Unterthiner, fotografo naturalista di National Geographic USA.

                     
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