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Renato Begnoni

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10/01/2017

Renato Begnoni

Intervista di: Dino del Vescovo

Renato BegnoniDue forze espressive che si uniscono: il “gesto pittorico” e la fotografia.
In questo connubio si riassume l’attività artistica di Renato Begnoni, fotografo di Villafranca di Verona, che con i suoi 40 anni e oltre di carriera produce opere uniche nel suo genere. Basta osservare con la giusta attenzione le realizzazioni degli ultimi trent’anni, quelle che hanno dato vita alla sua più importante personale dal titolo “La Percezione della Vita – opere 1985-2015” allestita nel Palazzo Bottagisio di Villafranca dal 11 dicembre 2015 allo scorso 28 febbraio 2016, per apprezzare la forza con cui le sue immagini si impongono fra dimensioni surreale e onirica.
Maestro raffinato della “tecnica mista” che vede fotografie private della loro normale saturazione colorarsi del pigmento da lui distribuito fino a coprirne ogni porzione, lascia trasparire in ogni sua parola, in ogni sua narrazione, l’amore incondizionato per la fotografia e la totale dedizione al suo lavoro.
«La mia avventura di fotografo è iniziata quando avevo 16 anni – racconta – folgorato dalla bellezza di alcune mostre fotografiche nelle quali, quasi per caso, mi sono imbattuto in quel di Milano».
E a noi, a giudicare dalla precisione e dal sentimento che ripone in ogni sua testimonianza, non resta che credergli. Oltre a essere un ottimo fotografo, Renato Begnoni ha una visione quanto mai lucida della società attuale che fa dell’immagine, nel bene e nel male, il suo principale mezzo di pubblicazione. Osserva il mondo con estrema attenzione e trae da ciò che accade l’ispirazione per le sue opere. Ama la poesia di Giuseppe Ungaretti e adora il risotto, in tutte le sue varianti.

Fotografo poliedrico che spazia dallo still life all'architettura, dal paesaggio alla fotografia fine art.
La fotografia è al centro della sua esistenza...

Assolutamente. È qualcosa che ho sempre avvertito dentro. La fotografia mi accompagna da quando avevo 16 anni. Ricordo di aver preso un treno all’insaputa dei miei per raggiungere Milano. Qui mi sono imbattuto in tre esposizioni di altrettanti nomi della fotografia. Mentre osservavo le loro opere ho realizzato che quella sarebbe stata la mia strada. È stato come essere travolti da un’energia incontrollabile. E in tanti anni di carriera ho avuto la possibilità di spaziare fra diversi generi.

Quali sono stati i primi passi?
Per iniziare ho comperato una Nikkormat. Il resto è venuto da sé. Le prime esperienze sono arrivate con i compleanni, i matrimoni e i battesimi. Talvolta commissionati da amici. Le prime commissioni, quelle vere, sono arrivate invece all’età di 18 anni. Ho vissuto anche momenti duri ma non mi sono mai demoralizzato. Nel mio paese, Villafranca di Verona, a quei tempi c’erano studi fotografici avviati e non è stato facile fronteggiare la loro concorrenza. Nel 1985 ho poi vinto una borsa di studio che mi ha permesso di approfondire il concetto e la tecnica della fotografia fine art, disciplina che in quei tempi stava nascendo.

C’è molta arte nella tua fotografia...
Le arti visive mi hanno sempre affascinato. La fotografia fine art in particolare ti permette di coltivare e far crescere la passione per la fotografia insieme con quella dell’arte e della ricerca. Sono due strade che corrono parallele ma che hanno in comune più di quanto si immagini.

A cosa ti sei ispirato durante la tua formazione?
Alla dagherrotipia e alla scuola fotografica francese dei primi dell’Ottocento. Da qui è nata la mia forma di espressione, la tecnica mista che mi accompagna sin dagli anni della fotografia analogica. Il mio stile consiste nell’esposizione, singola o doppia, di uno o più soggetti. La fotografia che ne deriva viene poi elaborata in post-produzione, in modo però leggero, privata del colore mediante desaturazione e poi stampata su carta cotone.
A quel punto ha inizio un lungo lavoro che mi vede impegnato nell’applicare il colore da me desiderato alle varie porzioni dell’immagine.
Unisco in questo modo due forze: il gesto pittorico con l’immagine iniziale ovvero con la fotografia.

Di quale colore si tratta? Mi spiegheresti più nel dettaglio?
Polverizzo il colore a partire dalle matite o dalla tempera e lo applico delicatamente, senza graffiare la carta. È un processo che riguarda ogni millimetro della carta. È molto importante che il lavoro sia accurato e che non si capisca dove finisce la foto e dove invece inizia l’intervento manuale. Nelle mie opere questo è totale perché agisce su tutta l’immagine, pur restando molto leggero.

Che formato hanno le tue “fotografie-opere”? Vi è un unico pezzo per ognuna di esse?
Non c’è un formato standard. Di recente sto utilizzando fogli da 35x50 cm ma non di rado mi spingo oltre raggiungendo anche i 60x80 cm. Quanto al numero di copie, fino al 2000 producevo un unico pezzo per ogni soggetto. Dopo ho iniziato a creare delle copie. Bada bene però che non sono copie nel senso di duplicazioni. Essendo le mie fotografie colorate manualmente sarebbe impossibile produrre soggetti identici. Anche se simili, ogni copia è a sé stante, è unica nel suo genere.

La fotografia come arte. Quale altra forma artistica trovi che le assomigli?
La musica. La fotografia è come la musica: vi è quella buona e quella mediocre, scadente. Alla base della buona fotografia c’è la ricerca, lo studio incessante. Come per la musica.

Ti definisci un artista? Quando un fotografo diventa tale?
Sinceramente non mi sono mai posto questo problema.
Chi fa arte di solito è un artista, si dice. Essere artista è forse una conseguenza. Ma mi importa fino a un certo punto. Per me l’importante è produrre lavori belli, avere uno stile proprio che sappia raccontare se stessi, essere un sismografo del proprio tempo. Il riconoscimento fa piacere ma... artista o no, a me basta di essere ricordato come un buon fotografo.

Cosa pensi di questa società sovrasatura di immagini?
La trovo a volte positiva, altre no. Il pericolo che corriamo e di vedere poca preparazione e di lasciare tutto all’improvvisazione. Non basta scattare per dimostrare di esistere o di essere presenti. Si deve scattare ma si deve anche pensare. Non si può usare la macchina o lo smartphone come si userebbe una mitragliatrice. Il mio discorso vale d’altronde anche per alcuni miei colleghi professionisti, non solo per i giovani. Non capisco come possano scattare seicento, settecento fotografie per poi sceglierne due, tre. Con questo modo di fare si perde la bellezza della tensione che andrebbe concentrata in due, tre, al massimo in dieci scatti.

Cosa diresti a un giovane che scatta fotografie solo con lo smartphone?
Vedi… non è il mezzo a determinare il risultato ma la capacità di approfondire ovvero di partire dallo scatto anche un po’ banale per ottenere, attraverso l’impegno, l’ispirazione e lo studio, un’immagine che sappia comunicare qualcosa all’osservatore. Credo sia importante sensibilizzare i giovani allo studio degli autori e dei grandi fotografi. Questo non significa fare un passo indietro ma capire come usare i nuovi mezzi tecnologici in modo compiuto, consapevole.

Preferisci il colore o il bianco e nero?
Il colore, sempre e comunque. Il bianco e nero non mi piace. Io vedo la realtà a colori e ho bisogno di creare sintonie fra ciò che realizzo e ciò che osservo.

Chi è il tuo cliente tipo?
È un collezionista, un appassionato di fotografia. È di solito una persona che si interessa di fotografia contemporanea ma anche di arte in generale come l’architettura, la scultura, il design. Ho clienti italiani e clienti stranieri.

In quale epoca ti sarebbe piaciuto vivere e perché?
Nei primi anni dell’Ottocento. Perché quella è stata un’epoca complessa e al tempo stessa ricca di spunti.
Se avessi vissuto in quegli anni, sarei andato nei laboratori dei maestri francesi per apprendere la tecnica del dagherrotipo.


Da quanto tempo sei nikonista?

Dal 1972 e non ho mai cambiato.
Ho acquistato diversi modelli e, fatta eccezione per un esemplare che ho donato a un mio amico, li possiedo ancora tutti. C’è stata la Nikon F2, la F3, etc… La prima digitale è stata invece la Nikon D2X, poi è arrivata la D3.

Con quale corpo stai lavorando e con quali obiettivi?
Con la Nikon D800. Quanto agli obiettivi utilizzo l’AF-S Nikkor 70-200mm f/2.8E FL ED VR, l’AF-S Nikkor 28-300mm f/3.5-5.6G ED VR quando c’è parecchia luce, infine trovo ottimo l’AF-S Nikkor 24-85mm f/3.5-4.5G ED VR.

Cosa non rifaresti nella tua vita di fotografo?
Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. Ho conquistato con il tempo ogni centimetro della mia vita professionale. Certo, ho fatto anche delle rinunce ma con gli anni ho capito che ne è valsa la pena. La fotografia mi ha aiutato molto, mi ha fatto crescere, viaggiare e confrontarmi con chi la pensa come me, ma anche con chi ha un modo di pensare diverso dal mio.

Di cosa ti stai occupando in questo momento?
Sto lavorando sull’attesa, su una deposizione di un corpo umano martoriato, un ragazzo a testa in giù, con la testa che è quasi mancante. Mi sono ispirato alla morte gratuita cui assistiamo in questa strana società e agli ultimi avvenimenti di cronaca. L’assuefazione mi fa paura perché aumenta l’indifferenza nei confronti di ciò che accade intorno a noi. Credo sia la cosa più terribile che l’essere umano possa mettere in atto.
Dalla situazione in cui ci si abitua all’orrore, all’orrore che si aggiungere ad altro orrore, non c’è via d’uscita. Lì non c’è macchina fotografica che tenga, è qualcosa che va assolutamente evitato.
 

                     
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