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Roger Spottiswoode

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27/10/2014

Roger Spottiswoode

Intervista di: Dino del Vescovo

Al cinema dal prossimo 13 novembre e distribuito in Italia da Medusa, “Il mio amico Nanuk” (titolo originale “Midnight Sun”) è un film family e d'avventura diretto da Roger Spottiswoode e dal noto documentarista Brando Quilici. Girato nel nord del Canada, a Churcill e dintorni, piccola cittadina che si affaccia sulla Baia di Hudson, nota per il gran numero di orsi polari che la attraversano d'autunno, racconta la storia del giovane quattordicenne Luke (Dakota Goyo) deciso a sfidare i ghiacci e le sue insidie, anche grazie all'aiuto di Muktuk (Goran Višnjić), mezzo canadese e mezzo Inuit, pur di ricongiungere un tenero cucciolo di orso polare con la sua mamma dalla quale era stato precedentemente separato.

Un percorso difficile, nel film e sul set, a causa delle difficili condizioni climatiche, che affronta temi di grande attualità come il riscaldamento globale e le difficoltà via via maggiori che gli orsi polari, un tempo padroni indiscussi di quelle terre, devono oggi affrontare per far sopravvivere la specie. Circa 18 milioni di dollari il budget stanziato per la realizzazione del film e per le riprese effettuate con videocamere Arri Alexa e un paio di Nikon D800.
Quasi per caso, la reflex di casa Nikon ha affiancato le tradizionali e costosissime macchine da presa Arri, fornendo gran parte delle scene con al centro Nanuk, il piccolo orso, e alcune delle più belle panoramiche dell'intera pellicola.

«Non avremmo mai pensato di ottenere simili risultati da una reflex, al punto da utilizzare i suoi girati insieme a quelli delle più costose Alexa», aveva anticipato Spottiswoode a Giuseppe Maio, Nikon D-SLR product manager in Italia durante l'edizione 2014 dell'IBTS, fiera che si è svolta a Milano dal 2 al 4 ottobre. L'occasione, singolare e imperdibile, era perfetta per farci raccontare qualcosa in più su come e perché la Nikon D800 è stata utilizzata in un contesto tanto prestigioso quanto difficile. Abbiamo quindi raggiunto nuovamente il regista canadese, noto al grande pubblico per aver diretto attori del calibro di Tom Hanks (Turner e il casinaro, 1989), Sylvester Stallone (Fermati o mamma spara, 1992), Pierce Brosnan (James Bond in “Il domani non muore mai”, 1997) e Arnold Schwarzenegger (Il sesto giorno, 2000), che con la precisione e la naturalezza che solo un professionista di grande esperienza sa rendere, ha risposto gentilmente alle nostre domande.

“Il mio amico Nanuk” sembra diverso dai suoi precedenti film. È bellissima l'idea di raccontare un'amicizia nata fra un adolescente e un animale selvaggio. Perché avete pensato a un orso polare? E dove è stato girato il film? Quale messaggio vuole inviare a chi andrà a vederlo al cinema?
Sono stato sempre affascinato dalle terre del Nord e allo stesso tempo, se penso ai danni che stiamo procurando al nostro Pianeta, temo che la loro bellezza possa pian piano svanire. Quando mi hanno mostrato il soggetto de “Il mio amico Nanuk”, una storia bellissima di amicizia e rispetto fra uomo e natura, ho pensato che sarebbe stata per me un'opportunità straordinaria trascorrere del tempo in quel meraviglioso paesaggio. Un'esperienza bellissima da vivere ogni giorno con dei giovani attori e un ragazzino che sarebbe stato poi il protagonista del film, insieme a un cucciolo di orso polare di soli tre mesi.

Il produttore italiano Brando Quilici che del film ha scritto la storia (da cui è nato il romanzo omonimo edito da Sperling & Kupper, ndg), era certo che il posto migliore dove girare, sarebbe stato Churchill, una piccola comunità di circa seicento abitanti - loro amano dire che sono circa un migliaio -, sulla costa ovest della Baia di Hudson. Era quello il luogo in cui una storia toccante come quella raccontata in “Il mio amico Nanuk” poteva davvero avvenire. Gli orsi polari si avvicinano spesso al centro abitato se hanno fame e spesso non riescono a trovare nulla da mangiare. Ne deriva un rapporto a volte difficile fra uomo e natura.
La cittadina di Churchill ci ha accolto nel migliore dei modi e a maggio dello scorso anno (nel 2013, ndg) abbiamo iniziato le riprese fra i ghiacci che tutto intorno circondano la cittadina. Dopo due sole settimane, il ghiaccio ha iniziato a sciogliersi e noi abbiamo dovuto spostare troupe e attrezzature ancora più a nord. Rankin Inlet, insediamento Inuit situato nel territorio del Nunavut, era l'unico posto in cui avremmo potuto finire le riprese perché ancora ghiacciato, aiutati giorno dopo giorno dalla comunità Inuit.

Quando si lavora in luoghi impervi e a diretto contatto con animali selvaggi, è possibile girare due volte la stessa scena? Ci sono stati momenti di particolare difficoltà? Le basse temperature creano problemi alle apparecchiature? E alle persone?
Ogni giorno, quando uno dei due protagonisti del film è un cucciolo di orso polare di appena tre mesi, ci sono delle sorprese. Naturalmente lui non ha mai neanche immaginato che noi eravamo lì per girare un film e la sola idea di dover ripetere due volte la stessa cosa era oltre i suoi interessi e la sua immaginazione. Ma per fortuna, in pochissimo tempo è diventato il miglior amico del giovanissimo attore Dakota Goyo (nel film, Luke Mercier), fino a diventare da lui inseparabile. Giocavano insieme tutto il giorno e presto la loro relazione si è mescolata con la storia che volevamo raccontare attraverso le riprese: quella di un adolescente 14enne che incontra un cucciolo di orso smarrito e intraprende un viaggio fatto di ostacoli e mille pericoli, per ricongiungerlo alla madre.
All'arrivo della primavera e con i ghiacci sempre meno spessi, le temperature oscillavano tra -30 °C e + 3°C.

La nostra apparecchiatura ha subito un test durissimo in quelle condizioni, eppure sia le videocamere Alexa, sia la reflex Nikon D800, lo hanno superato brillantemente. Solo più tardi, in autunno, abbiamo notato qualche piccolo difetto nei fotogrammi, ma la temperatura, va sottolineato, era scesa a -35 °C. Non solo, quei filmati erano stati ripresi durante una tempesta di neve, con venti così forti che era difficile anche per noi restare in piedi. La visibilità era di tre, quattro metri, non di più.
Le maggiori difficoltà nell'adoperare apparecchiature con temperature molto basse risiedono nella necessità di sfilare i guanti per agire su pulsanti, leve e per ruotare la ghiera di messa a fuoco. Con temperature di -20 °C o anche più basse, sono sufficienti un paio di minuti per perdere totalmente la sensibilità nelle dita. Non resta quindi che indossare nuovamente i guanti, attendere che le mani si riscaldino per poi riprendere a lavorare. Con quel freddo anche il cervello umano inizia a perdere colpi. La necessità di riscaldarsi e di prendersi cura delle videocamere e dei vari accessori inevitabilmente rallenta il lavoro. Né si può pensare di tenerle al caldo perché in pochi secondi si creerebbe al loro interno tantissima condensa. A fronte di tutto ciò, devo dire che l'unico davvero a suo agio era il cucciolo di orso polare. Lui sì che sembrava godere di tutto!

Quante videocamere avete usato? E quale tipo? Come è nata l'idea di usare per alcune riprese la reflex Nikon D800?
Quando nel 1989 ho diretto “Turner e il casinaro” ho scoperto che se uno dei protagonisti è un animale (in quel caso era un cane di razza Dogue de Bordeaux, ndg), anche se ben addestrato, usare due camere era molto meglio che prenderne una sola. E che con tre sarebbe stato persino più facile!
Il nostro cucciolo di orso bianco non era addestrato. Avevamo con noi un bravissimo addestratore, Mark Dumas, proprietario tra l'altro dell'unico esemplare di orso adulto, di nome Agee, che potessimo filmare, perché in cattività.
Per quanto brillante, Mark, come qualsiasi altro addestratore di esperienza, non avrebbe mai potuto prevedere le mosse di un cucciolo di appena tre mesi. Era come avere a che fare con un bimbo e come tale era pieno di energia, aveva tante necessità, e una fame non facile da tenere a bada. Tutto, insomma, tranne la disciplina necessaria a un minimo di addestramento. Avevo quindi intuito che occorreva per ogni scena avere la massima copertura di ripresa possibile. E questo significava girare in contemporanea con almeno quattro telecamere. Una con obiettivo grandangolare in modo da far rientrare l'intera scena, l'altra con un mezzo fuoco, le restanti con teleobiettivi utili a inquadrare i soggetti.
Il budget messo a disposizione dalla produzione prevedeva però solo tre camere Arri Alexa. Solo inizialmente, Peter Wunstorf, il direttore della fotografia, e io, avevamo ritenuto sufficienti i tre dispositivi, ma presto è stato necessario affiancarne un quarto. E occorreva qualcosa che proponesse la stessa altissima qualità delle immagini della Alexa, ma a prezzo molto più basso.

Qui nasce quindi la necessità di girare anche con la Nikon D800?
Sì. Utilizzo macchine Nikon da molti anni e ho sempre seguito con interesse i progressi fatti dalle ultime reflex in campo televisivo e cinematografico. Sapevo che alcune reflex Nikon e Canon erano state usate in situazioni particolari, cioè quando il limitatissimo ingombro era indispensabile per portare a termine certe riprese. E sapevo anche che quasi mai i video provenienti dalle reflex e dalle classiche videocamere broadcast erano mescolati insieme, a eccezione dei videoclip musicali e di concerti dove la differenza qualitativa nel passare da un'angolazione all'altra, è spesso voluta.
Ma si sa, finché non si fanno prove in prima persona non si può mai dire. Prima di affiancare la Nikon D800 come macchina da ripresa, abbiamo fatto qualche test utilizzando un Picture Control Flat con risultati più che positivi. Poi, pian piano, abbiamo preso confidenza con questa eccellente reflex fino a che la stessa è diventata la videocamera ideale per riprendere il piccolo Nanuk. Mentre si gira, poi, le telecamere passano di mano in mano e alla fine la D800 è stata usata un po' per tutto, anche per riprese panoramiche e di altro tipo. A novembre, quando abbiamo avuto necessità di filmare alcuni scorci paesaggistici di Churchill, abbiamo preso un paio di Nikon D800 e fatto riprese in gran quantità, molte delle quali sono finite dentro il film che vedrete al cinema.

Con quali obiettivi Nikkor avete ripreso?
Per quanto riguarda le ottiche abbiamo usato un paio di zoom, quindi l'AF-S Nikkor 17-35mm f/2.8D IF-ED e l'AF-S Nikkor 28-300mm f/3.5-5.6G ED VR. Durante le riprese di novembre, Gerry Gavigam, fotografo eccellente e primo Assistant Director del film, ha usato diverse ottiche a focale fissa sulla sua Nikon D800.

Avete gestito diversamente i file video generati dalla Nikon D800 rispetto a quelli delle camere Alexa? Avete usato un recorder esterno?
I filmati ripresi con la D800 erano salvati direttamente nelle memory card on-camera quindi con il codec H264. All'inizio ho usato un piccolo monitor esterno collegandolo all'uscita HDMI della macchina. Purtroppo però, questa configurazione non è stata affidabile, non perché la fotocamera non fosse all'altezza di gestirla, ma perché il connettore HDMI Out della mia D800 si è danneggiato dopo una forzatura di troppo del cavo. Ce ne siamo accorti sul posto ed era impossibile ripararlo a Churchill. Successivamente, sia il connettore, sia la scheda che lo controlla, sono stati sostituiti a Richmond, in UK, in tempo per le riprese di novembre. Da quel momento in poi, la Nikon D800 ha lavorato in abbinamento a un secondo monitor esterno da 9” senza alcun problema. Anzi, è stato molto più facile mettere a fuoco. All'IBTS di Milano, ho incontrato Giuseppe Maio della Nital che mi ha mostrato quindi suggerito l’impiego di accessori di fissaggio e stabilizzazione di connessione HDMI come i Lock Port 800 di produzione italiana. Per quanto riguarda la gestione dei file in post-produzione, provenienti dalle varie camere, devo dire che è stata una sfida. Lo abbiamo fatto al Molinare, eccellente Digital House di Londra. Quando il ghiaccio si scioglie, tende a perdere colore e in superficie si formano pozze d'acqua verdi e blu. Lo spettacolo è bello da vedere, ma difficile da gestire soprattutto quando si tratta di bilanciare i colori presenti in girati di diversa provenienza. Abbiamo fatto un buon lavoro e il risultato finale è stato ottimo. Credo renda giustizia alla bellezza dei luoghi. I file Nikon sarebbero stati più facili da trattare se acquisiti in registrazione esterna HDMI senza compressione. Lo terrò in considerazione per la prossima volta anche se mi informano il codec H264 interno molto migliorato nelle più recenti D810 e D750. In questo modo, il processo di bilanciamento del colore fra dispositivi diversi sarà più facile.

Crede che in un futuro non molto lontano sarà possibile girare interi film con le fotocamere reflex?
Sto cercando un progetto che preveda di realizzare un film a basso budget, con amici e colleghi. In quel caso non esiterei a usare soltanto macchine reflex.

Ho guardato il trailer de “Il mio amico Nanuk” e le scene sembra naturali, prive di artefatti. Cosa pensa della post-produzione al PC e dell'aggiunta di effetti speciali?
Effetti speciali? Ho pensato che Gravity fosse un ottimo risultato sia tecnicamente sia come film; scritto e diretto benissimo. E che gli effetti speciali danno un'idea del nostro mondo meno veritiera di quanto non faccia l'esperienza reale.

Quali progetti ha per il futuro?
Ho molte idee per la mente e tutte diverse fra loro. Vedremo quale di queste prenderà forma.

                     
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