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Renato Marcialis

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Classe '56 e più di quarant'anni di esperienza maturata in diversi settori dalla fotografia: moda, reportage, Still Life, corporate e food. Nel 1992 la svolta e la decisione di depennare dai suoi impegni professionali tutto ciò che non avesse a che fare con il cibo. Nasce così Renato Marcialis, fotografo veneziano di food, di base a Milano, autore di immagini destinate a campagne pubblicitarie, cataloghi, ricettari e confezioni dei prodotti offerti dalle più prestigiose aziende del settore.

26/02/2015

Renato Marcialis

Intervista di: Dino del Vescovo

Classe '56 e più di quarant'anni di esperienza maturata in diversi settori dalla fotografia: moda, reportage, Still Life, corporate e food. Nel 1992 la svolta e la decisione di depennare dai suoi impegni professionali tutto ciò che non avesse a che fare con il cibo.
Nasce così Renato Marcialis, fotografo veneziano di food, di base a Milano, autore di immagini destinate a campagne pubblicitarie, cataloghi, ricettari e confezioni dei prodotti offerti dalle più prestigiose aziende del settore.
Nel 2007 decide poi di cimentarsi in un nuovo genere di immagine: ispirandosi alle tecniche del passato e all'illuminazione tipica delle opere di Caravaggio, sperimenta un modo nuovo di illuminare frutta, verdura e composizioni miste.
Nasce quindi il progetto “Caravaggio in cucina” che vede oggi il fotografo impegnato alla realizzazione di pose di grande effetto, capaci di catturare l'attenzione di addetti ai lavori e non. Lo abbiamo così raggiunto e gli abbiamo chiesto qualcosa in più su questa originale e per certi versi innovativa, interpretazione della food photography.

Buongiorno Renato, ci racconti qualcosa in più sulla tecnica utilizzata per creare immagini in perfetto “stile Caravaggio”?
La tecnica che metto in pratica con le fotografie destinate al progetto “Caravaggio in cucina” è antica. Non v'è nulla di nuovo. È un ritorno al passato, ai tempi in cui non era possibile illuminare in modo uniforme grandi ambienti come le chiese. Gli assistenti del fotografo, prima con le fiaccole, più tardi con lampade al tungsteno, si spostavano al loro interno facendo luce di volta in volta su porzioni diverse. Ecco, io ho trasferito questo modo di fare dai grandi spazi ai miei piccoli soggetti, quindi alle composizioni di frutta e verdura. Anziché usare fiaccole o lampade al tungsteno, ricorro a illuminatori a Led di vario diametro.

Fotografi solo “nature morte”?
L'espressione “natura morta” non è esatta. Vuoi che ci sia qualcosa di più vivo di frutta e verdura? Sì, in linea di massima, applico questa tecnica ai frutti della terra, così come la natura li crea. Ho fatto delle prove con alcuni prodotti da forno, con dei muffin per essere precisi, ma il rischio è quello di finire nel “ricettato”, mio campo d'azione per moltissimi anni.
Preferisco in un certo senso dedicarmi a qualcosa di nuovo e avere la possibilità di raccogliere i prodotti da fotografare direttamente nel mio orto, nell'orto del vicino o in un campo realizzato ad hoc, quindi di trattare il soggetto fresco, a “chilometro zero”.
Ed è bellissimo raccogliere un ortaggio come un radicchio trevigiano o una lattuga, eliminarne le foglie esterne appassite e scoprire la perfezione di ciò che c'è al suo interno. Idem per la frutta, per i rami, per le foglie fresche che la circondano.

Ti consideri un artista? Credi che Caravaggio sarebbe stato un buon fotografo?
Spetta agli altri considerarmi o meno un artista. Per quanto mi riguarda, mi considero un buon fotografo, un buon “artigiano”, dotato di manualità e capacità creativa. I miei lavori piacciono e agli allievi che partecipano ai miei workshop piace chiamarmi “maestro”. Li lascio fare, non vorrei mai distruggere un mito (ride, ndg).
Caravaggio? Certamente. Sarebbe stato senza dubbio un ottimo fotografico. Gli sarebbe bastata una Kodak Instamatic per fare grandi cose. È stato lui, insieme ai pittori fiamminghi, a dare il via alla fotografia moderna.

La cucina è diventata un argomento di grande interesse negli ultimi tempi. Come te lo spieghi?
Non c'è una spiegazione. È come voler trovare un perché alla inadeguatezza di alcuni dei politici che ci comandano. A volte succede senza un preciso motivo. Succede e basta.
Gli attuali personaggi della TV hanno individuato il momento giusto per proporsi e lo stanno sfruttando fino in fondo. Tuttavia, ritengo si stia un po' esagerando. La cucina è poi come l'Universo, non ha mai fine e offre sempre spunti su cui disquisire e costruire.

A te piace cucinare?
Sì, sono un buon cuoco. Diciamo che la cucina è sempre stata nel Dna della mia famiglia. Mio nonno, mio zio e mio papà, famoso barman a cui sono stati riconosciuti premi importanti e autore di diversi libri di cocktail, hanno lavorato nel settore della ristorazione ad alti livelli. E anche mio figlio, il più piccolo dei Marcialis, è un cuoco. Ci piace cucinare e spesso anche mangiare (ride, ndg).

Credi che oggi le possibilità per un fotografo di food siano maggiori di quelle che ha un reportagista o un fotografo di altro tipo?
Conosco poco la situazione dei colleghi che si occupano di altro. Per quanto riguarda il food, definirei l'attuale scenario drammatico. Oggigiorno tutti sono fotografi e, in particolare, tutti sono fotografi di food. Conosco giovani che hanno iniziato con il cellulare, poi hanno comprato la loro prima macchina fotografica fino a ottenere, devo ammetterlo, buoni risultati.
Ma è difficile emergere e vivere solo di fotografia. Non so se dipende dal cliente finale o dalle agenzie, ma gli attuali prezzi sono circa un quarto di quelli che regolavano il mercato dieci anni fa. Con simili presupposti è difficile dare suggerimenti. Se si hanno le spalle coperte allora si può anche provare, altrimenti è meglio pensarci bene prima.

E se decidesse di lavorare senza sosta?
Lavorare sette giorni su sette senza mai fermarsi non porta a nulla. La fantasia e l'ispirazione nascono dalla riflessione, dai pensieri, dai momenti di pausa. Il fotografo deve quindi avere i suoi momenti morti.

Uomini o donne? Chi la spunta nella food photography?
Mi credi se ti dico che le ragazze sono una spanna al di sopra dei loro colleghi uomini? Non so perché, forse per il fatto di essere più predisposte alla cucina e alla precisione. Mi è capitato, incuriosito, di contattarne alcune per farmi raccontare la loro storia, i motivi che le hanno spinte ad appassionarsi alla fotografia di gastronomia.

Ci sono alimenti più difficili di altri da fotografare?
No. Non ci sono alimenti facili e alimenti difficili da fotografare. Sta al professionista saper affrontare tutte le situazioni a prescindere dal soggetto. Capita che alimenti apparentemente facili, nella realtà si rivelino ostici. Un semplice piatto di affettati può sembrare un soggetto facile da fotografare eppure il grasso che in pochissimo tempo viene fuori da ogni fetta complica notevolmente le cose, imponendo di agire in tempi brevissimi.

La principale difficoltà che si incontra nel fotografare il food?
Il difficile sta nella capacità e abilità di informarsi sul tipo di alimento che si deve fotografare, per gestire al meglio ingredienti e guarnizioni. Occorre quindi saperli maneggiare e trattare.
Ogni ingrediente va infatti utilizzato alla sua giusta temperatura e nei tempi più consoni.
Tutto ciò si impara negli anni, con l'esperienza.
Senza nulla togliere ai foot stylist, ossia ai professionisti che si occupano di rendere un piatto visivamente più accattivante – e riconosco che in giro ce ne sono davvero di bravi -, il fotografo deve avere piena coscienza di quello che fa. Se avessi impostato la mia carriera, per farti capire meglio, sulla fotografia fashion, avrei seguito dei corsi di trucco e acconciatura. Solo con questo approccio, si può entrare in piena sintonia con ciò che si fotografa.

Le immagini che vediamo sulle confezioni degli alimenti e che leggiamo essere solo “rappresentative”, quali segreti nascondono?
Dunque, ti confermo che, per quanto riguarda le immagini pubblicitarie, quelle cioè che osserviamo sulle confezioni dei cibi in vendita nei negozi o al supermercato, i soggetti sono quasi sempre manipolati, cioè finti. Ciò non vuol dire però che sian fatti di cartapesta (ride, ndg).
Si seguono procedimenti accurati nella preparazione degli alimenti da fotografare: questi a volte sono modificati rispetto a quelli reali, altre volte riprodotti con materiali artificiali. La messa in pratica del mock-up è difficile quanto il procedimento fotografico in sé. Spesso alla base c'è una vera e propria arte, un vero e proprio mestiere, quello, appunto, del food stylist. Potrei raccontarti della preparazione dei famosi bastoncini di pesce, della lasagna surgelata, dei gelati...

Da quanto tempo sei nikonista?
Dallo scorso giugno 2014, quindi non da molto. Sono nikonista da quando sono entrato in contatto con la Nital di Moncalieri - nello specifico con il sig. Roberto Bachis - che mi ha offerto pieno supporto. Da qui è nato un rapporto di collaborazione reciproca che porterà a breve allo svolgimento di un workshop sulla food photography.

Con quale corpo macchina stai lavorando? E con quali obiettivi?
La macchina fotografica, per me, è un mezzo di espressione, il tramite tra l'idea che ho in mente e il risultato che voglio raggiungere. Non sto quindi ad analizzare nel minimo dettaglio i modelli sul mercato dal punto di vista tecnico. Detto ciò, posso dirti che la Nikon D810 con la quale sto lavorando in questo momento è una fotocamera fantastica, perfetta in abbinamento all'obiettivo zoom AF-S Nikkor 70-200mm f/2.8G ED VR II. Puoi osservare degli scatti sulla pagina Facebook “Caravaggio in cucina”.

Un genere di fotografia che ti piace meno degli altri?
La fotografia aerea avrei risposto un po' di anni fa, ma solo perché soffrivo il mal d'area. Anzi, mi sarebbe piaciuto provare perché trovavo, e trovo tuttora, che alcune foto aeree siano meravigliose, riescendo a valorizzare soggetti apparentemente banali.
Oggi ti risponderei che mi interessa poco tutto ciò che si allontana dal progetto “Caravaggio in cucina”. Non so, ma sono molto determinato ad andare fino in fondo.

                     
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