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Alfonso Catalano

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Nell'intervista Alfonso Catalano ci descrive la sua attività professionale riportando considerazioni e aneddoti significativi. Si fa inoltre riferimento a “Colortaste”, uno dei progetti fotografici a cui il professionista ha lavorato negli ultimi anni: una vera e propria interpretazione artistica della cucina di alta classe.

19/05/2015

Alfonso Catalano

Intervista di: Dino del Vescovo

Inizia la sua carriera nei primi anni novanta, lavorando per il Giornale di Napoli e realizzando reportage di diverso genere. Nella redazione campana si forma e scopre la sua passione per lo scatto. Frequenta e si diploma quindi in fotografia presso l'Istituto Riccardo Bauer di Milano, prima di approdare all'agenzia Farabolafoto grazie alla quale, fotocamera al collo, sarà impegnato in diversi paesi. Oggi, Alfonso Catalano, 46 anni, nato in Svizzera ma cresciuto in Campania, fa parte del team di SGP, agenzia fotografica fondata da Stefano Guindani, e si occupa principalmente di fotografia di moda.
La formazione trasversale ricevuta in passato e la predisposizione caratteriale che lo porta a esplorare ogni genere fotografico, gli consentono tuttavia di ottenere ottimi risultati anche in altri ambiti fotografici, dallo Still Life alla fotografia di architettura.
Nell'intervista che segue, si descrive la sua attività professionale riportando considerazioni e aneddoti significativi. Si fa inoltre riferimento a “Colortaste”, uno dei progetti fotografici a cui il professionista ha lavorato negli ultimi anni: una vera e propria interpretazione artistica della cucina di alta classe. Fotografie e fotografia a parte, Alfonso Catalano ama assaggiare piatti di ogni tipo e nazionalità.

Dunque Alfonso, hai iniziato la tua carriera in ambito editoriale fotografando anche temi di carattere sociale. Come credi sia cambiato il modo di lavorare per i giornali negli anni?
Al Giornale di Napoli mi occupavo più o meno di tutto e questo mi ha consentito di imparare molto. Fotografavo, sviluppavo e stampavo, in bianco e nero. Trattando zone caratterizzate da disagi e tensioni, era normale occuparsi anche di temi a carattere sociale. E lo si faceva in modo molto diverso da come lo faremmo oggi. La diffusione di massa di Internet ha ridotto i tempi di fruizione di contenuti e immagini. Tutto tende a valere meno e i budget degli editori sono di gran lunga inferiori a quelli di un tempo. Giusto per farti capire cosa intendo... Un servizio-inchiesta sugli ospedali psichiatrici e sulla non-applicazione della legge Basaglia, all'epoca aveva richiesto circa tre mesi di impegno e lavoro. Oggi, tempi simili sarebbero impensabili. E sarebbe anche difficile gestire immagini di quel tipo, profondamente toccanti e spesso crude. Se prima erano destinate a settimanali prestigiosi, oggi se ne farebbe forse un uso in Rete sconsiderato. Voglio quindi sperare che questo sia solo un lungo periodo di transizione e che prima o poi si faccia un po' d'ordine.

Dopo l'esperienza editoriale sei approdato alla moda. Cosa significa essere fotografo di moda? Come definiresti la fotografia di moda?
La fotografia di moda è di per se molto ampia poiché comprende le fotografie delle modelle che sfilano in passerella, gli editoriali per periodici e riviste, i backstage, le campagne pubblicitarie e i cosiddetti “look book”. Questi si compongono delle fotografie dei capi indossati e destinate ai cataloghi che gli stilisti utilizzeranno per commercializzare i loro prodotti. Personalmente mi occupo per lo più di sfilate e di tutto ciò che ruota intorno a queste, con lo scopo finale di valorizzare i capi e gli accessori indossati dalle modelle e dai modelli che sfilano in passerella. È molto importante dare il massimo perché ogni sfilata, anche se dura pochi minuti, è il frutto di mesi e mesi di lavoro dello staff che l'ha organizzata. Talvolta fotografiamo anche nei momenti successivi all'evento, quindi gli invitati, i loro vestiti, ciò che accade fuori dalla location.

Vi viene assegnata una postazione privilegiata?
Lavorando direttamente per gli stilisti, ci viene sempre assegnata una postazione ottimale per raggiungere il miglior risultato.

L'errore che non dovrebbe mai commettere un fotografo di moda?
Sbagliare la posizione e quindi il punto di ripresa.
Se sei troppo in alto, troppo in basso o troppo di lato, alteri le immagini e il messaggio che devi veicolare. E non lo avverte solo il fotografo, ma lo notano anche l'osservatore comune e in particolare gli stilisti che commissionano i lavori. Devo dire, anzi, che questi sono particolarmente esigenti.
Il punto di ripresa è tanto importante da penalizzare, se sbagliato, anche l'abito più bello indossato dalla più famosa delle top model.
Altri errori da evitare sono l'utilizzo non corretto delle luci, un'inadeguata taratura della temperatura del colore e via dicendo. Di solito si scatta in modalità Raw + Jpeg il che da un lato ti permette, se serve, di modificare l'esposizione in post-produzione, dall'altro ti consente di pubblicare immediatamente le immagini in formato Jpeg. È questo il motivo per cui è importante avere risultati ottimali già in fase di scatto. Da questo punto di vista, devo riconoscere alle reflex Nikon la capacità di leggere perfettamente la scena e di restituire fotografie che quasi mai necessitano di particolari correzioni.

Per quali stilisti lavori?
Per nomi noti come Ferragamo, Versace, Trussardi.

So che fai anche ritratti. Che genere di ritratti esegui? Colore o bianco e nero?
Per quanto riguarda i ritratti, fotografo quasi sempre delle celebrity, quindi persone famose. Con loro si ha poco tempo, talvolta cinque, sei minuti appena, per realizzare un intero servizio.
Ci si affida quindi all'esperienza e alla personalità di chi si ha di fronte. Non è poi raro che gli stessi personaggi siano accompagnati da assistenti che ne curano l'immagine e che siano questi a osservare gli scatti, direttamente nel display della fotocamera, approvandone o disapprovandone alcuni.
Per quanto riguarda il colore o il bianco e nero, dipende molto dalle situazioni.
A me piace il bianco e nero, non lo nascondo.
Forse perché ho iniziato fotografando in bianco e nero, forse perché le immagini in scala di grigio hanno un che di metafisico, lo preferisco decisamente al colore.

Ricordi di una situazione in cui è stato particolarmente difficile fotografare?
Questa domanda mi mette un po' in crisi. Avrei però un aneddoto da raccontare, risalente a un po' di anni fa e precisamente ai funerali di Bettino Craxi in Tunisia. Correva l'anno 2000. L'agenzia Farabolafoto per la quale lavoravo, mi aveva inviato a Tunisi per fotografare i momenti del toccante evento. A cerimonia conclusa, ho visto sua figlia Stefania, in compagnia del suo piccolo figlioletto, correre verso il mare per lanciare in acqua un garofano rosso. In quegli attimi ho avuto mille dubbi: non sapevo cioè dove terminava il mio ruolo di fotografo, volendo rispettare la privacy di una donna sofferente, intenta a compiere un gesto così intimo. Mi sono chiesto in pratica fino a dove l'esigenza di fare informazione poteva spingersi. Alla fine ha prevalso l'istinto del professionista e ho corso insieme a lei, fotografandola proprio nel momento in cui ha lanciato il fiore. La foto è stata molto apprezzata e ha avuto successo. Da quel momento in poi, non ho più fotografato a un funerale e mi sono dedicato a cose più “leggere” (sorride, ndg).

“Colortaste”, la cucina vista come forma di espressione artistico-pittorica. Quali differenze esistono fra questo tipo di fotografia e quella di food destinata a libri e ricettari?
L'idea alla base di Colortaste era quella di raccontare l'analogia che c'è tra la pittura astratta e l'estetica che ultimamente caratterizza l'alta cucina. Per raggiungere lo scopo ho seguito un metodo soggettivo e ben distante dalle rigorose regole della fotografia di food.
Il punto in cui, infatti, le fotografie di Colortaste maggiormente si discostano da quelle di food in senso stretto, è l'assenza di tridimensionalità.
Tutte le foto dell'opera sono infatti riprese dall'alto con lo scopo di ottenere immagini simili a quadri su tela.
Ho lavorato inoltre sulla trasparenza degli ingredienti e su un'illuminazione proveniente dal basso, attraverso un piano traslucido.
Le immagini di Colortaste prendono infatti vita nel momento in cui il flash attraversa la lastra. Le foto sono state utilizzate in varie mostre, compresa una che si è tenuta a Shanghai.

Da quanto tempo sei nikonista? Hai mai pensato di cambiare?
Sono nikonista da sempre, quindi da quando ho iniziato a fotografare. Le mie prime macchine sono state due Nikon FM2. Una la conservo ancora. Non ho mai pensato di cambiare ma una volta ho avuto modo di lavorare con una macchina di marca diversa. Non è stata una esperienza che mi ha segnato.

Con quale corpo macchina stai lavorando e con quali obiettivi?
Lavoro con una Nikon D4s e una Nikon D3s pronta a entrare in azione in caso di necessità. Con la prima mi trovo benissimo ma della seconda adoro l'incisione delle immagini, a mio avviso difficile da trovare su altri modelli. Entrambe mi permettono di avere ottimi risultati già in macchina, senza costringermi a fare troppa post-produzione. L'obiettivo principe invece, nel lavoro di fotografo di moda, è l'AF Nikkor 80-200mm f/2.8D ED: grazie all'ampia escursione di focale, ti permette di scattare sia da vicino, sia a distanza dal soggetto. Un'altra ottica che uso con particolare soddisfazione quando faccio fotografia di architettura è la PC-E Nikkor 24mm f/3.5D ED decentrabile.

Hai fotografato Paris Hilton? Me la descrivi in poche righe nel suo essere “soggetto”?
Sì, confermo. E ho un ottimo ricordo di lei. Ho trascorso due giorni interi al suo seguito in occasione della presentazione della sua linea di abbigliamento qui in Italia. Come soggetto fotografico è perfetta ed è in grado di riconoscere il momento giusto per fare le foto, non un attimo prima, non un attimo dopo. Come persona, contrariamente a quanto si pensi, non è affatto la cosiddetta “diva capricciosa”. Ho apprezzato molto la sua concretezza e il suo essere con i piedi per terra. Ed è stata sempre gentile e corretta con tutti.

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