Rec. password 
©
Stefano Guindani
Stefano Guindani

Interviste > Stefano Guindani

Stefano Guindani

Intervista di: Dino del Vescovo

30/03/2012

Anni di esperienza e attività, buona parte della quale spesa al servizio di stilisti e dei grandi nomi della moda italiana e internazionale, fanno dell'intervista a Stefano Guindani, fotografo 43enne di Cremona, un'esperienza molto interessante. Le risposte, sempre spontanee, obiettive e talvolta critiche, descrivono con chiarezza la figura del fotografo di moda in un mercato che, profondamente mutato rispetto al passato, può e sa regalare ancora soddisfazioni.
Appassionato di lotta greco-romana e di corsa, ama partecipare, tempo permettendo, alle varie maratone, sostenendo che, se non avesse fatto il fotografo, gli sarebbe piaciuto insegnare sport ai bambini, oppure interpretare un ruolo in qualche film d'azione americano.
Il suo mondo non riguarda tuttavia soltanto i riflettori e il lusso delle sfilate e dei backstage: Stefano Guidani è anche autore di un libro fotografico dal titolo “Haiti through the eye of Stefano Guindani” che raccoglie fotografie scattate ad Haiti, sia prima sia dopo il terremoto catastrofico che ha colpito lo stato caraibico nel 2010. Con le sue immagini, la Fondazione Rava, ha allestito mostre e intrapreso iniziative di carattere sociale e solidale.

Quanto conta, per un fotografo di moda, conoscere il mondo della moda?
Conta, ma non tanto quanto si è portati a credere. La fotografia di sfilata in sé è molto tecnica, per cui direi che la conoscenza dell'ambiente aiuta relativamente poco. Conta di più capire che non si devono commettere errori banali come tagliare un abito all'altezza del ginocchio e via dicendo. Con le macchine e gli obiettivi attuali poi, il compito risulta in genere facilitato. Da questo punto di vista le apparecchiature Nikon sono straordinarie.

Quali errori commetterebbe un giovane fotografo nel fotografare una sfilata o una collezione?
L'errore più frequente dei giovani fotografi consiste nel fare fotografie troppo scure o troppo chiare, nonché nell'uso poco adeguato del flash. Aggiungerei inoltre che i giovani provenienti dalle scuole di fotografia di nuova generazione hanno idee alquanto “strane” sui tempi di esposizione, preferendo le pose lunghe – anche 1/8 sec -, a loro dire indispensabili a ottenere fotografie di grande impatto. Ai miei tempi invece i maestri insegnavano che si doveva partire con 1/125 sec e apertura F/5.6. Il resto veniva dopo.

Domanda un po' banale: a te piace, Stefano, l'ambiente della moda?
Oggi mi piace un po' meno di un tempo, forse perché inizia a stancarmi. Le modelle dell'est molto utilizzate di recente, anche se belle, non sono veri e propri modelli di simpatia.

Hai fondato la SGP nel 1998, poco prima che il digitale soppiantasse la pellicola. Cosa è cambiato da allora?
È cambiato innanzitutto il mercato. La fotografia commerciale oggi conta più di quella editoriale. Circa il 70, l'80 per cento del fatturato attuale riguarda la prima categoria. I giornali e le riviste di settore dispongono di budget sempre più risicati, in molti casi pari a zero. Molto meglio quindi seguire gli stilisti nei loro spostamenti e fotografare persone e backstage, piuttosto che impegnarsi in lavori da vendere poi agli editori.
C'è inoltre più gente che fotografa, spesso in modo improvvisato. Ad alcuni committenti, purtroppo, poco interessa se a fornir loro le immagini sono fotografi professionisti e di provata esperienza, piuttosto che giovani lanciati senza alcuna preparazione. Sarebbe bello allestire in Italia un albo professionale dei fotografi, ma questo è un discorso troppo lungo...

Se ti chiedessi di definire la fotografia di moda?
Te la dividerei in tre categorie anticipandoti che il sottoscritto si occupa maggiormente della prima e della terza. La prima, dunque, riguarda la fotografia di sfilate, backstage e parterre, includendo i cataloghi creati immediatamente dopo gli eventi. La seconda categoria, i redazionali di moda e quindi le immagini destinate ai giornali specializzati e non. La terza tocca infine le grandi campagne pubblicitarie. Queste purtroppo, per una questione di interessi economici, sono sempre più spesso affidate ai fotografi e alle riviste americane di settore.
Fare il fotografo di moda in buona sostanza significa muoversi nel mondo della moda, respirare la moda e produrre immagini che servono all'industria della moda.

È importante che ci sia un buon feeling fra il fotografo e il modello o la modella di turno?
Ti rispondo di sì, ma non tutti evidentemente la pensano allo stesso modo. Qualche giorno fa chiacchieravo con un amico, Bruno Rinaldi, fotografo storico di Vogue nonché uno dei primi fotografi di sfilate al mondo, che per circa un anno e mezzo ha lavorato come assistente di Irving Penn, famoso fotografo di moda americano. Bene, Bruno mi garantiva che Penn, in quell'anno e mezzo, non ha mai rivolto la parola a una modella.
Per quanto mi riguarda, ritengo invece che sia importante. Mi capita spesso di lavorare con modelle straniere e di avere qualche difficoltà di comunicazione: per me ciò rappresenta un limite. Lo scambio aiuta sicuramente, non solo con modelli o modelle, ma anche con gli stilisti.

Visitando le pagine del tuo sito web, si intuisce che copri diversi campi di applicazione fotografica. In quale ramo della fotografia non ti piace invece addentrarti?
Non faccio fotografia di sport, anche se ho seguito il pugilato per D&G e mi sono divertito moltissimo, ma in quel caso avevo davvero ampia libertà di azione, potendo seguire e fotografare gli atleti quasi dentro il ring. Molto dipende quindi dal modo in cui si può fare ciò che si fa. In linea di massima, fotografare lo sport per poi vendere il proprio lavoro è molto difficile. Altri generi che non amo particolarmente? Non mi piace fotografare i politici.

Tra i tuoi lavori c'è un reportage realizzato ad Haiti, al centro di mostre e iniziative umanitarie. Dagli sfarzi delle passerelle alla povertà. Ti ha fatto riflettere questo brusco "cambiamento di rotta"?
Indubbiamente il cambiamento è stato molto forte. Trovarsi in posti come Haiti, in momenti particolarmente tristi poi, significa vivere situazioni molto diverse da quelle che la società del benessere quotidianamente ci prospetta. È difficile abituarsi all'idea di trovarsi di fronte a corpi che giacciono esanimi quasi tutti i giorni. Credevo inoltre che al ritorno sarebbe stato più facile coinvolgere coloro ai quali ho mostrato le fotografie in opere di beneficenza. Purtroppo le richieste di aiuto solidale sono tante e spesso, finché non si osserva con i propri occhi, ci si rende conto assai poco di quello che accade lontano da noi.

Hai mai lavorato con una compatta della serie COOLPIX?
Ho provato un modello della serie S. Se non ricordo male si trattava della COOLPIX S1000pj dotata di proiettore interno, e mi era piaciuto parecchio. Davvero un bel gadget. Trovo però che le compatte di fascia alta siano complicatissime da usare. Può sembrarti assurdo ma per me è più semplice scattare con la mia Nikon D3s in manuale, regolando tempi e diaframmi, piuttosto che con compatte di fascia alta di ultima generazione. Mi sta incuriosendo molto la Nikon 1 ma devo ancora provarla: mi attira la questione dell'altissima velocità di messa a fuoco...

C'è un personaggio famoso, sfuggito al tuo obiettivo, che ti piacerebbe fotografare?
Sì, Brad Pitt. Mi piacerebbe però fare un viaggio solidale in sua compagnia, piuttosto che incontrarlo direttamente sul set. In quelle occasioni si riesce a instaurare un rapporto umano e quindi si ha del personaggio un'idea ben diversa da quella che trasmette il red carpet. Ad Haiti per esempio c'era Diane Lane di cui ho apprezzato molto il lato umano.

Se non avessi fatto il fotografo, cosa saresti oggi?
Questa è una domanda difficile. Mi sarebbe piaciuto lavorare nel mondo dello sport, come insegnante, o fare l'attore in film d'azione americani, stile Tom Cruise in Mission Impossible. Se proprio dobbiamo sognare, è meglio sognare in grande no? Non mi sarebbe inoltre dispiaciuto lavorare con i bambini date le loro menti aperte e non troppo condizionate.

Si dice che le modelle siano tutte "ritoccate" al computer. Cosa mi dici a tal proposito?
Te lo confermo. Più per una cattiva abitudine delle aziende committenti che per loro volontà. Se un tempo occorrevano dei giorni per realizzare un buon servizio fotografico, oggi si ha al massimo mezza giornata a disposizione, dando per scontato che in post-produzione saranno apportate correzioni e modifiche di ogni tipo. Queste possono riguardare le pieghe del vestito, un semplice brufolo, il ritocco delle occhiaie, fino alla riduzione della pancia, all'aumento di taglia del seno e così via. In alcuni casi anche l'allungamento delle gambe.

Ma perché chiedono di lavorare con tanta fretta?
Internet impone di ottenere risultati in tempo (quasi) reale. I committenti chiedono quindi a noi fotografi di inviare le immagini già nel momento in cui scattiamo. Se le macchine reflex di alto livello, dotate di due slot per memory card, permettessero di scegliere le misure in pixel delle immagini Jpg destinate a uno dei due slot, sarebbe per noi perfetto. Invece le varie case fotografiche, continuano a proporre il GPS integrato che, francamente, credo serva quasi a niente, almeno a un professionista. Sarebbe anche interessante integrare un modem nel corpo macchina. Al momento Nikon propone il dispositivo WT-4 ma resta pur sempre esterno!

L'errore in cui cadono spesso i tuoi colleghi...
Quello di non essere lungimiranti e di dare poca importanza alle pubbliche relazioni. Il successo del nostro lavoro - e non solo del nostro -, dipende per un buon 50% da queste ultime. Si deve inoltre capire che è sconveniente “interpretare la parte dell'artista” indossando canottiera e infradito se si partecipa a un evento, oppure a una cena organizzata da un grande stilista. Quello della moda, che piaccia o meno, è un ambiente in cui la forma e il lusso contano molto, per cui l'abbigliamento diventa fondamentale.

Da quanto tempo sei nikonista e perché?
Da sempre anche se per un anno ho rivolto la mia attenzione altrove. In termini di ergonomia e robustezza penso che Nikon sia superiore ai suoi concorrenti. Ed anche nello scatto con il flash – mi riferisco ai modelli della serie SB – la resa è sicuramente migliore.
Se posso fare una considerazione, mi spiace che il sistema CLS (Creative Light System) di Nikon si basi sulla comunicazione IR dei dispositivi anziché utilizzare onde radio. Ciò comporta che i flash sincronizzati debbano necessariamente “vedersi”, secondo configurazioni che nella fotografia di moda non sempre sono possibili.

Con quale corpo macchina stai lavorando?
Con le Nikon D3s e D3x. Uso la D3s quasi per tutto, lasciando la D3x ai lavori in studio, ai ritratti e agli scatti pubblicitari.

Un obiettivo Nikkor di cui non puoi fare a meno per il tuo lavoro?
Ti avrei detto fino a un po' di tempo fa l'85mm. Di recente però ho comprato l'AF-S Nikkor 24mm F/1.4G ED di cui mi sono follemente innamorato dato che restituisce una definizione eccezionale e ti permette di sfocare malgrado sia un grandangolo. L'avevo già sperimentato ad Haiti – in quell'occasione me lo aveva prestato Stefano Barbero, il responsabile del servizio NPS (Nikon Professional Services) -, con enorme soddisfazione. Se devo però citare l'ottica “tuttofare” per eccellenza, questa è senza dubbio l'AF-S Nikkor 24-70mm f/2.8G ED.

Approfondimenti
Prodotti
© Nital S.p.A. P.IVA 06047610016