Per quanto sia alla continua ricerca del bello e di contenuti densi di significato, Giovanni De Sandre, fotografo trentottenne di Padova, racconta la sua visione razionale, a tratti essenziale, della fotografia e della sua professione.
Fa spesso riferimento al preciso linguaggio che si cela dietro ogni singolo scatto, ma usa con cautela il termine “arte” e l'espressione di “fotografo artista”. Docente di fotografia alle Università di Padova e di Ferrara, descrive con chiarezza il suo pensiero e il suo ruolo di fotografo, raccontando aneddoti e sottolineando l'importanza di saper guardare oltre la tecnica e l'attrezzatura.
Forse per la particolare formazione accademica – una laurea in architettura – forse per una naturale predisposizione alla progettazione dello spazio intesa in senso lato, il giovane fotografo non mostra particolari preferenze per un determinato settore di applicazione, esibendo un portfolio quanto mai vario e in grado di spaziare dalla fotografia sportiva al ritratto, dallo Still Life al reportage. Una versatilità che, a suo dire, rappresenta il segreto del grande e contagioso entusiasmo che emerge dalla conversazione. Spesso in viaggio per lavoro, in Italia e all'estero, ama rilassarsi quando è a casa, in compagnia di suo figlio, della sua famiglia e dei suoi amici più cari. Gli piace leggere, cucinare e apprezzare i piatti caratteristici delle varie città italiane.
Dunque Giovanni, dei professionisti intervistati per FeelNikon, sei il secondo architetto che si è dedicato interamente alla fotografia. C'è un nesso fra le due discipline?
Confermo di essere architetto e di aver superato anche l'esame di stato per l'abilitazione professionale. Tuttavia lavoro come fotografo a tempo pieno.
Fra le due discipline, sì, ci sono dei nessi ma anche elementi di distanza come il tempo che intercorre, in architettura, fra la progettazione e il momento in cui la propria opera la si vede realizzata. La fotografia, da questo punto di vista, è invece immediata. Quanto ai nessi potrei dirti che l'architettura è progettazione dello spazio e lo è anche la fotografia. Solo disponendo i soggetti nel modo corretto, dentro lo spazio definito dall'inquadratura, si riesce a ottenere il racconto giusto delle situazioni. Ed è sufficiente includere o escludere un particolare per raggiungere risultati profondamente diversi. In questo ritengo che fra le due discipline ci siano addirittura delle sovrapposizioni.
Tornando ai punti di discordanza, aggiungerei che la fotografia non lascia segni indelebili sul territorio come invece fa spesso l'architettura. Si spera infatti che le immagini lascino segni di tipo emotivo e culturale.
Come mai tanta versatilità? Osservando il tuo portfolio non si individua un settore di applicazione fotografica nel quale sei specializzato. Sbaglio?
No, non sbagli affatto. Una delle mie caratteristiche peculiari è proprio quella di non essermi mai specializzato in un determinato settore. La risposta è di ordine emotivo e umano. Dando per assodato che la fotografia è un linguaggio, credo non ci sia niente di meglio che tenere l'occhio sempre allenato su argomenti diversi. Questo è l'aspetto della mia professione che amo di più. Ho avuto l'opportunità di viaggiare su jet privati ma anche di dormire in catapecchie in compagnia dei topi! Tutto ciò mi ha aiutato e mi aiuta ad aprire continuamente la mente al mondo.
Ma, allora, che tipo di fotografo sei?
Personalmente, cerco il bello in tutte le cose, sia che mi trovi in un polveroso cantiere edile, sia che di fronte abbia il più bell'edificio, la più bella automobile o barca degli ultimi anni. Ciò che quindi mi definisce meglio come fotografo è il mio spirito ottimista e positivo. Cambiare è la cosa più bella che si possa fare. Forse, se mi fossi specializzato, mi sarei presto annoiato.
Di tutti i soggetti che fotografi, ce n'è uno che ti piace meno degli altri?
Dunque, mi piacerebbe sicuramente meno il soggetto in cui mi fossi specializzato. Potrei dirti cosa mi piace meno delle situazioni che a volte vivo: la troppa organizzazione, il lavoro troppo pianificato, la fotografia intesa come step finale di un sistema molto complesso che comprende fasi differenti. Ecco, questo è il lato che mi appassiona poco. La fotografia mi piace semplice, diretta e trovo molta soddisfazione quando riesco a ottenere ottimi scatti senza strumenti, senza luci studiate ad hoc. Quindi più che l'argomento, è questo genere di metodo a non piacermi.
Da quanto tempo sei nikonista e perché?
Nikonista da sempre anche se, ironia della sorte, la mia prima macchina non è stata una Nikon ma una Minolta. Era il 1992. Quando, subito dopo, ho dovuto scegliere fra Canon e Nikon, non ho avuto dubbi. L'ergonomia della Nikon a mio avviso era superiore in assoluto. Ricordo quindi le mie macchine, la F90X, la F3, i miei primi obiettivi comprati usati, le mie prime fotografie di architettura etc. Di modello in modello, sono giunto sino a oggi.


Sei docente di fotografia e linguaggio visuale presso le Università di Padova e di Ferrara. Quale o quali concetti sono più difficili da veicolare verso i giovani che si interessano alla disciplina fotografica?
Nonostante siamo nel 2012, si fa ancora fatica a far capire ai ragazzi che la fotografia non è una riproduzione della realtà, quanto una sua interpretazione, quindi un vero e proprio linguaggio. Spesso il loro obiettivo di partenza è sbagliato poiché tendono ad attrezzarsi per fotografare dimenticando che per fare fotografia basterebbero “le dita messe a quadrato”. L'errore che commettono è quindi quello di essere distratti dall'apparecchio, dalla tecnica, dai tempi e dai diaframmi. Io cerco invece di trasmettere l'attenzione sul soggetto e sui contenuti.
Cosa pensi dell'attuale “accanimento” sui soggetti, ovvero della possibilità di scattare senza freni a costo praticamente nullo?
Questo è un argomento complesso, in quanto stiamo attraversando una fase di profondo cambiamento, di democratizzazione della fotografia. Credo che l'accanimento sia per certi versi biasimabile in quanto finisce con lo svilire il soggetto e la disciplina fotografica stessa, per altri positivo. La democratizzazione è infatti qualcosa di buono a prescindere. Mi viene da dire che poco importa che ci sia più produzione. Ciò che conta è che riescano ad emergere sempre gli sguardi più intelligenti, anche se questi dovranno combattere con una folla molto più ampia.
E questo ti spaventa?
Assolutamente no. Perché ritengo che anche il nostro mestiere vada cambiando. La prestazione professionale di un fotografo non può esaurirsi oggi con la sola produzione di fotografie. Nikon in tal senso usa un atteggiamento positivo: tutte le tecnologie e gli automatismi che oggi troviamo nelle reflex Nikon, consentono al fotografo di concentrarsi sul soggetto piuttosto che sulla tecnica, risultando ideali per interpretare al meglio il nuovo linguaggio professionale che si instaura fra committenti e clienti. So quindi di poter avvicinare il mirino della mia Nikon all'occhio e di poter guardare oltre.
Con quale corpo macchina stai lavorando?
Utilizzo al momento diversi corpi macchina: due Nikon D3, una D3s e una D3x. Ora mi accingo ad acquistare le nuove Nikon D4 e D800. Devo dire che le reflex Nikon della serie 3 mi hanno cambiato la vita lavorativa: la serie 2 mi ha creato un po' di difficoltà, lo ammetto, in quanto perdeva in qualità agli alti ISO. Ho poi recuperato con la D3 che mi ha permesso di ottenere fotografie che non avrei potuto neanche fare. Mi spiego meglio e ti racconto a tal proposito un aneddoto molto significativo. Ero seduto su un tavolino da trucco e avevo di fronte a me Laura Pausini illuminata soltanto da piccole lampadine. Ho colto il momento e, scattando a 1600 ISO, 1/30 sec e apertura F/3, ho ottenuto un'immagine fuori programma che poi è finita sulla copertina di un famoso giornale. Ciò a dispetto di chi sostiene che non si possono ottenere scatti di alta qualità con valori ISO elevati. Evidentemente con Nikon si può.
Il tuo obiettivo preferito?
Sarò banale, ma con l'AF-S 24-70mm f/2.8G si può fare praticamente di tutto. C'è poi l'AF-S Micro-Nikkor 105mm f/2.8G che amo in modo particolare. Stranamente lo uso per i ritratti data la qualità dei dettagli che restituisce. Non è tanto una questione tecnica, ma piuttosto espressiva. Mi piace osservare ogni singolo punto del soggetto.
Visto che hai studiato architettura, te ne intenderai di arte e artisti. Ritieni che la fotografia sia una vera e propria arte?
Personalmente ritengo che questo sia un luogo comune. Non è la fotografia a essere un'arte, poiché questa risiede in chi utilizza un linguaggio e lo fa in un certo modo.
Linguaggio che può essere rappresentato dalla scrittura, dal ballo, dalla fotografia e via dicendo. Mi verrebbe da dire che non esistono neanche gli artisti, ma bensì momenti d'arte generati da più fattori, da coincidenze e, perché no, da una buona dose di fortuna. Quella del “fotografo artista” è quindi una costruzione commerciale.
Tu ritieni di essere un artista?
Direi proprio di no.
Come vedi tra dieci anni la tua professione?
Non è facile rispondere perché il linguaggio fotografico, come già detto, è in profondo mutamento. Tra dieci anni la mia professione probabilmente sarà più spostata sul contributo creativo e culturale. Non è un caso che le nuove fotocamere digitali registrino, oltre che istantanee, anche video ad alta definizione. Siano benvenute quindi tutte le novità.
Osservando i tuoi album personali, cioè non destinati ai clienti, noto che sei molto spesso ritratto. Come mai?
Se mi chiedi questo significa che, con le immagini a cui ti riferisci, non ho raggiunto lo scopo che mi ero prefissato (ride, ndr). Se ti riferisci all'album GDS@Work che trovi sul mio sito personale, beh, la presunzione è quella di dimostrare che tutto il materiale visibile sul sito e quindi quello che produco durante il mio lavoro, sia ottenuto con semplicità. Insomma non è affatto una manifestazione di narcisismo (ride ancora, ndr).
Il personaggio famoso che sogni di fotografare?
Non ce n'è uno in particolare. Ciò che mi piace nel fotografare le persone è il cosiddetto “momento prima”, ciò che precede la scatto, quegli attimi in cui si riesce a costruire un piccolo rapporto con il soggetto, ad effettuare uno scambio di idee. Qualunque soggetto mi trovi davanti, il mio divertimento riguarda quella mezzora che precede la pressione del pulsante di scatto.
Non farmi il nome, ma dimmi se fra tutti i personaggi televisivi che hai fotografato ce n'è uno che ti ha messo particolarmente a disagio...
Fortunatamente no. E comunque non parlerei tanto di disagio, quanto della necessità di saper gestire le situazioni. Come sai, ho lavorato e lavoro con personaggi della televisione che fanno dell'ironia e della voglia di scherzare la loro arma vincente. Si finisce quindi nelle loro trame ed è importante saper stare al gioco.
Momenti di leggero disagio? Forse. È accaduto durante una trasmissione televisiva che il manager di un cantante mediamente famoso mi abbia chiaramente impedito di fare fotografie all'artista, ospite quella sera. Non ci sono rimasto male, reagendo in tutta naturalezza e dicendo che per me non cambiava poi tanto se fotografare o meno, ma la sensazione che mi ha lasciato quell'episodio è quanto sia importante non prendersi mai troppo sul serio.